«Hamlet» di imPerfect Dancers Company – Prima Mondiale

«Hamlet» di imPerfect Dancers Company – Prima Mondiale

Recensione di «Hamlet» di imPerfect Dancers Company, in Prima Mondiale il 6 maggio al Teatro Verdi di Pisa, per la direzione artistica di Walter Matteini e Ina Broeckx.

«Hamlet» è la produzione coreografica presentata su scena mondiale per l’anno 2017 dalla imPerfect Dancers Company, gruppo di otto ballerini con sede stabile presso la Fondazione Teatro Verdi di Pisa.

In una reggia di Elsinore avvolta nella semioscurità del palcoscenico, tra due imponenti pareti – una tutta fatta di libri appesi, aperti, dalle cui pagine si possono intravedere gli scritti anche a distanza, l’altra fatta di cassette di legno da ortofrutta sovrapposte, strutture letteralmente “portanti” eppure al tempo stesso fatiscenti-, si apre la coreografia di «Hamlet», i cui interpreti fanno il loro ingresso sulle note di «Remember me my dear» di The Hilliard.

Dalla scelta di questa musica di apertura, è come se la rappresentazione dimostri di potersi configurare con la possibilità di valenze interpretative su doppi livelli: se da una parte proietta ballerini e spettatori direttamente negli ambienti del Nord Europa, retrodatando tutti a un’epoca ancestrale fissata al XVI secolo, dall’altra sembra voler evocare una battuta effettivamente contenuta nel testo shakespeariano: «Ninfa, nelle tue preghiere, ricordati dei miei peccati.» (Atto III, Scena 1).

Questa prima esecuzione, che battezza l’entrata in scena di tutti i personaggi, spesso ciascuno con una sua caratteristica distintiva (Amleto ha la corona rossa e un capotto da viaggiatore; Ofelia entra stesa su un’altalena che discende dall’alto e la fa apparire quasi una bimba che inconsapevolmente mima il suo tragico destino; lo Spettro di re Amleto reca una corona tinta di nero raffigurante l’omicidio o il lutto), la fa da Prologo, e pure anticipa la composizione artistica di gesti che di lì in seguito verranno a svilupparsi, snodando una trama che, da teatrale, diviene via via sublimazione della parola in movimento, in tensione di arti che pare vogliano prolungarsi all’infinito, fino a non avvertire più sforzi fisici, pur restando nella forza dell’espressività corporea.

Di qui, questo «Hamlet» così “iniziato” continua a sorprendere.

Sorprende in un Orazio che è donna (scelta tuttavia niente affatto nuova nelle espressioni di teatro contemporaneo apprezzate in ambiente rossocrociato) e che, non più personaggio a sé stante, si sviluppa come ‘coscienza’, quasi ‘prolungamento’, dell’anima di Amleto.

Sorprende nell’introduzione di un personaggio inesistente nell’opera originale: la “ragazza della clinica”, che sarà funzionale a effigiare l’allegoria della “pazzia vera”, clinicamente intesa, perciò per così dire contrapposta alla “pazzia finta”, quale disordine e confusione mentale, impersonata da Amleto e Ofelia insieme.

Per essere precisi, pare che tutta quanta questa composizione performativa si configuri come una grande allegoria.

Allegoria di cosa possa essere follia, in un Amleto che, a una a una, strappa le pagine di un libro, che consegna a Ofelia, la quale subito se ne disfa, accartocciandole e gettandole via.

Allegoria del concetto di distruzione, rappresentato dalla devastazione di una mente folgorata dallo studio, così come, più avanti, dai crimini che si perpetreranno; e però anche allegoria del rafforzamento dei rapporti e dei legami parentali, realizzato dalle unioni carnali del Re e della Regina e da quelle spirituali – ma non per questo meno esasperate, almeno da quanto traspare dalla danza stessa- di Amleto con Ofelia.

Nella loro danza, non sempre avvenuta in perfetta contemporaneità né in perfetta esecuzione delle linee disegnate dai corpi, è quasi palpabile una volontà di battere il movimento, di esprimere con forza, di dilatare l’azione performativa in modo da renderla indimenticabile all’occhio dello spettatore.

Così, l’imPerfect Dancers Company rilancia la sua sfida di ‘andare oltre’ il limite dei corpi.

E, nel proprio ensemble al completo, tra «Thunders an lightings» e «An impossible love» di Ezio Bosso e le Sinfonie di Philip Glass, dona al pubblico un nuovo spettacolo di coinvolgente bellezza.

Un’attenzione a parte merita forse l’unica scena in solitaria dell’intero «Hamlet», riguardante la formulazione della cruciale questione «To be, or not to be».

Difatti, Amleto è quasi prostrato a terra in ginocchio, come esausto dei suoi stessi pensieri, stanco, afflitto e in lotta con se stesso tra l’azione e l’inazione a vendicare il proprio padre, tra la malinconia e il dubbio, la decisione e l’esitazione.

Il silenzio dell’interprete, la sua ieratica inattività, il suo essere momentaneamente inerme e apparentemente sconfitto, paiono poter dare adito a una nuova trasposizione delle celeberrime battute dell’Atto Terzo shakespeariano.

Pare voler dire:

«Essere, o attendere?

Questa è la domanda.

Ha più valore liberare dal profondo del corpo

l’impulso all’azione,

e così riscattare la persona come Uomo,

oppure,

acquietarsi e sedarsi in un angolo della propria anima,

procrastinare,

in attesa di un’aspirazione o di un’ispirazione migliore?

Morire… o dormire…?

O dire “basta”».

Un teschio, stavolta rosso, non è retto in mano.

Cala dall’alto, come le funi dell’altalena di Ofelia.

La risposta è già data.

Solo che Amleto ancora non la sa.

O forse sì.

 

Hamlet di ImPerfect Dancers Company

sabato 6 maggio 2017, ore 21, prima mondiale
direzione artistica: Walter Matteini, Ina Broeckx
scene: Ina Broeckx
costumi: Weber + Weber
luci: Bruno Ciulli
danzatori: Ina Broeckx: regina, Alicia Navas Otero: Orazio, Naya Monzon Alvares: ragazza della clinica, Jessie Lee Thorne: Ofelia, Sigurd Kirkerud Roness: re, Stefano Neri: Laerte, Daniel Flores Pardo: Amleto, Julio Cesar Quintanilla Garcia: spettro di Amleto

Ringrazio l’ufficio Stampa del Teatro Verdi per la gentile concessione delle fotografie di scena

Ph Barbara Cerri @copyright 2017