"Giocavano a dadi con i meteci": una poesia di Giorgio Linguaglossa

“Giocavano a dadi con i meteci”: una poesia di Giorgio Linguaglossa

Una poesia di Giorgio Linguaglossa, “Giocavano a dadi con i meteci”, tratta da “La Belligeranza del Tramonto”, (2006). Commento di Rossana Levati.

Un angelo zoppo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: “malediciamo il nome di Dio.”
Eravamo incomprensibili. Stavano tutti al bar
a bere caffè, quando, a mia insaputa, cominciai a zoppicare.
Erano tutti zoppi gli avventori del bar e gobbi.
Avevamo la gotta e la gobba ci spuntava dalle spalle.
A quel tempo dall’ Albero vennero i bastardi
con le risposte pronte e gonfiarono le vele
e gettarono le ancore.
Io fissavo il loro occhio di vetro …
Giocavano a dadi con i meteci e a morra con gli iloti,
se la spassavano con le troiane,
ma anche quelle presero a zoppicare oscenamente.
A quel tempo facevo l’infiltrato e la spia,
passavo informazioni ai persiani in cambio di talleri d’oro
e poi riferivo ai bastardi le notizie sottratte
alle carovane di spezie e di porpora che attraversavano il deserto.
Io a quel tempo me la spassavo nella Suburra,
tiravo con l’arco al bersaglio e giocavo a morra con i bastardi.
Un angelo gobbo ci venne incontro
e disse, senza guardarci: “dimenticatevi il nome di Dio.”

Commento di Rossana Levati

In questo testo, volutamente privo di riferimenti temporali precisi, sembra esserci proposta una Babele di luoghi e di lingue: meteci della storia ateniese, iloti della storia spartana, la Suburra, il quartiere popolare e degradato dell’antica Roma, le troiane che compaiono appena in un verso, i persiani ai quali la voce narrante dichiara di aver passato informazioni come spia, in cambio di talleri d’oro, i “bastardi” sbarcati da una nave con i quali il protagonista dice di giocare a morra: una mescolanza di lingue che rende gli uni incomprensibili agli altri ma nelle quali viene espresso il messaggio di maledizione o dimenticanza del nome di Dio.
Pertanto, non appena il lettore pensa di poter localizzare il racconto in un momento storico preciso, il particolare del verso successivo fa capire che il tentativo è fallito e che la localizzazione pensata era sbagliata: non siamo lì dove credevamo di essere ma altrove, ad indicare che tutte queste connotazioni storiche sono in realtà solo provvisorie e ciò che conta è probabilmente solo l’annuncio, dato dall’ “angelo zoppo/gobbo”: “Dimenticatevi il nome di Dio”.
Dalla poesia emerge quindi il disorientamento di una ricerca impossibile, ma anche la sovrapponibilità di “quel tempo” indistinto e remoto, cui sembrerebbe alludere il poeta, col nostro tempo. La stessa voce narrante sembra passare attraverso più vite: “a quel tempo” la sua vita era impegnata nelle operazioni che la poesia ci descrive, ma è “in questo tempo” che egli prende voce per raccontarcele, come se fosse passato attraverso varie epoche e molteplici vite e ora, solo ora, si fosse avvicinato a noi e ci rivelasse la sua esperienza e il suo insegnamento.
Il luogo è indefinito, il bar-luogo provvisorio degli incontri e conversazioni dei nostri tempi, dove si compie l’azione comune del bere caffè: qui avviene il grande annuncio della sparizione di Dio data dal suo contro-messaggero, l’angelo zoppo.
Significativamente, questa “deformazione fisica” dell’angelo si dilata a tutti i personaggi della vicenda, come un contagio: tutti prendono a zoppicare vistosamente, “oscenamente”, senza potersi sottrarre a questo claudicare. Ed è proprio questo marchio che, indirettamente, restituisce a tutti una lingua comune che sostituisce quella non più storicamente condivisa. Parallelamente, alla deformazione dei piedi corrisponde la deformazione della schiena, perchè l’angelo nel finale del testo assume un nuovo aggettivo, “gobbo”, e la gobba che spunta dalle spalle a tutti gli avventori del bar può ricordare la nascita delle ali che spuntano sulla schiena: ma potrebbero essere non ali di angeli ma di demoni-pipistrelli o di creature del male, forse angeli “imbastarditi” o demoni che portano il loro annuncio nel mondo.
Un altro elemento particolare è l’assenza di sguardo, rimarcata due volte dall’autore: “senza guardarci” l’angelo porta il suo annuncio, all’inizio e alla fine della poesia; uno sguardo indiretto che evita ogni coinvolgimento personale; e “di vetro” è anche l’occhio degli avventori, fissato dall’io narrante, l’unico al quale è riferita l’azione del guardare in modo diretto. Può essere, questo, il riferimento al vedere come forma di coscienza critica del mondo: solo lo sguardo che fissa e scruta (quello del poeta) può associarsi a un giudizio e a un bisogno di “leggere” il mondo e capirlo.
Infine l’Albero, con la maiuscola, dal quale provengono i “bastardi”, ultimi avventori del bar: non un albero qualsiasi dunque, ma potrebbe essere un’allusione all’Albero del Bene e del Male, o all’Albero della Conoscenza, da cui la vita umana si è distaccata dando inizio alla storia dell’umanità.

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica i libri di poesia Uccelli e, nel 2000, Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» (1993-2005). Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». Nel 2002 pubblica Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Del 2006 è la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano. Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945-2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni per l’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e l’antologia bilingue Three Stills in the Frame. Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga, nel 2017 esce la monografia Quando la biografia diventa mito. La poesia di Alfredo de Palchi; nel 2018, pubblica il libro di poesia Il tedio di Dio e il saggio Critica della ragione Sufficiente con Progetto Cultura, Roma. Nel 2014 fonda la Rivista Letteraria telematica lombradelleparole.wordpress.com. Il suo sito personale è: www.giorgiolinguaglossa.com
e-mail: glinguaglossa@gmail.com