«Fuga da Belgrado» di Ardian Haxhaj #Estratto

«Fuga da Belgrado» di Ardian Haxhaj #Estratto

Pubblichiamo un estratto (il primo capitolo) da «Fuga da Belgrado» di Ardian Haxhaj, con la traduzione di Iris Hajdari.

– Manca un’ora alla partenza per l’aeroporto di Tel-Aviv, Elad.

– Hai chiuso la valigia? Hai preso tutto?

– Sì, a quanto pare…Moshe, hai messo il Libro nella valigia di papà?

– Sì, mamma.

– Sono sicura che questa volta non ti annoierai senza di me, Sara.

– Eh, Elad…

Me lo ricordo poco mio padre. Sul suo passato ho sentito raccontare qualcosa solo da mia madre. So che ha frequentato il ginnasio nella seconda metà degli anni Sessanta e, dato che a quell’epoca non aveva possibilità di fare il pendolare, ha vissuto in affitto in una famiglia in città. Quei pochi libri e quaderni che portò con sé nel villaggio dopo la fine del ginnasio, li aveva messi nel baule dei ricami di mia madre, tenuto sempre chiuso e che nessuno ha mai osato aprire. Tanto tempo dopo la sua morte, mia madre mi raccontava che la sua ostinazione a mantenere chiusa quel baule era dovuta alla rabbia per non aver potuto continuare gli studi a causa delle difficili condizioni di vita che lo videro costretto a emigrare in Germania. Sicuramente avrà voluto rinchiudere nel baule come per rabbia ogni segno che gli facesse ricordare la scuola e in generale l’istruzione.

Mia madre mantenne a lungo la promessa fatta a mio padre di non aprire il baule, pensando che in questo modo non avrebbe leso nemmeno nell’aldilà quella volontà collerica di papà.

C’erano solo pochi libri e quaderni dentro il baule: così diceva mia madre ogni volta che le ponevo qualche domanda sul contenuto, specialmente quando dovevamo spostare il baule da un angolo all’altro, oppure da una stanza all’altra per fare qualche lavoretto, o per dipingere i muri di casa.

La curiosità di aprire quel baule cresceva sempre di più con il passare degli anni. Durante la guerra, quando da lontano osservavo l’esercito serbo avanzare verso il nostro villaggio, con l’intenzione di bruciarlo e distruggerlo, mi capitò addirittura di afferrare quel baule con le mani per nasconderlo dentro il piccolo sgabuzzino per sottrarlo alle fiamme, ma non mi era passato in mente di aprirlo.

Da quando mia madre si era ammalata, non faceva più alcun cenno al baule chiuso, anzi si era tolta anche il ciondolo con lo scrigno nel quale conservava la chiave del baule e cinque monete d’oro che mio padre le aveva comprato insieme al baule, dal valore di due buoi da tiro.

– Apri, apri che forse a tuo padre sarà passata la rabbia. – mi disse una volta la mamma in uno di quei giorni in cui il forte dolore alle ossa la affaticava. Semplicemente lei non si interessava più di cose inutili in confronto al dolore e alla vecchiaia.

Con fatica riuscii ad aprire il baule ormai deteriorato. Ebbi perfino l’impressione che all’interno si fosse rotto la lastra di ferro della serratura. L’interno del baule della dote di mia madre, che lei aveva portato con sé da sposa, era vuoto a metà, con tre libri di materie tecniche pubblicati negli anni Sessanta, e con tredici quaderni, appunti presi per diverse materie, nei quali vidi per la prima volta la grafia di mio padre da studente. Il baule sprigionò un odore di muffa e non so perché provai uno strano sentimento di nostalgia che stavo toccando con la mano un tempo rinchiuso nel baule, tempo in cui non ero ancora venuto al mondo, o quando stavo nel sangue dei miei genitori.

I quaderni erano grandi e in mezzo a loro notai anche un quaderno dalla copertina rigida, al cui interno c’era un foglio strappato da un quaderno, ma non da quello lì, scritto di pugno da mio padre, mentre tutto il quaderno invece era stato scritto da un’altra mano in serbo. Presi la lettera scritta da mio padre, sistemata tra la copertina e i fogli del quaderno, nella quale si leggeva: “Questo quaderno me l’ha dato fratello Bajram per leggerglielo nelle ore serali, dato che aveva perso la vista e non poteva più leggere. Sono i ricordi di un ebreo, che ha vissuto durante la guerra nella famiglia di Bajram, quaderno che aveva lasciato da lui quando è tornato per rendergli visita dopo vent’anni. Ai tempi in cui leggevo a Bajram gli appunti del quaderno, lui si ammalò e in seguito non ho più potuto farlo”.

Dopo queste parole, in fondo alla pagina era segnato anche un paragrafo cancellato con tanti tratti che non potevo leggerlo.

1

In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta.

Non so perché queste parole mi hanno accompagnato per tutta la mia vita, anche quando mai mi passava per la mente il Libro, che mia madre mi esortava a leggere più spesso, laddove io mi ricordavo a memoria solo queste due frasi. Era arrivato il tempo in cui non aveva più alcun senso per me leggere parole che non mutavano mai, e nemmeno il Libro che avevo preso con me, non accorgendomi nemmeno di averlo messo in valigia. Neanche a Sara era passato in mente il Libro in quegli attimi, e nemmeno qualsiasi altra cosa che si trovava nello scaffale dei libri. In quei giorni non era proprio il caso di perdere tempo leggendo il Libro, a parte il fatto che per me la lettura non è mai stata divertente, anzi non leggevo nemmeno i titoli dei film al cinema. Tuttavia, mi è rimasto impresso il fatto che le lettere dei parenti di mio padre e di mia madre che venivano dalla Germania le leggevamo tutto d’un fiato, senza considerare che durante la lettura e dopo ci sentivamo tristi. Qualsiasi lettera che proveniva dai nostri parenti sparpagliati in Europa rafforzava il messaggio diffuso ovunque che il cielo e la terra si stavano oscurando, e che i nostri parenti, mai come prima si guardavano a vicenda per capire in cosa erano diversi rispetto agli altri.

Ho presente il modo in cui si osservavano in quelle lunghe notti dopo la lettura delle lettere con indirizzi stranieri, ma che invece erano lettere dei nostri parenti dalla Polonia, Germania, Austria, Ungheria ecc. Ci guardavamo intimoriti e confusi come per capire in cosa eravamo diversi dagli altri tedeschi di Hitler che si erano fissati che non dovevamo esistere sulla faccia della terra.

Ogni volta che il postino ci portava le lettere sapevamo che la preoccupazione ci avrebbe assalito nei pensieri, la voglia di lavorare si sarebbe spenta e noi saremmo rimasti indeboliti. Mia madre si era dimenticata di quando mi aveva detto che doveva leggere passi diversi del Libro. Anche lei sembrava si fosse arresa al fatto che a suo figlio, bastava conoscere a memoria la prima frase del Libro. La lettura delle lettere che ci giungevano dai parenti dei miei genitori si era trasformato in un giorno di tristezza e di consolazione, cosa che non credevo succedesse ad altre famiglie in quel quartiere di Belgrado. A dire il vero, tutti erano angosciati per le notizie che venivano dagli altri paesi, secondo le quali la guerra si stava diffondendo e che il nostro Regno non poteva evitarla. Ho notato questa preoccupazione anche durante la lettura dei giornali, che i nostri vicini di casa, e anche mio padre, li tenevano in mano, li leggevano e li commentavano a modo loro. A casa nostra, come se non bastassero le notizie dei giornali, la sera ci coricavamo leggendo e commentando anche le lettere che avevamo ricevuto. Poiché ero un po’ pigro a leggere, molto spesso era mia madre che le leggeva ad alta voce, e che mio padre criticava quando capitava a casa. Ricevevo il messaggio delle lettere tramite la voce di mia madre che a stento riusciva a leggere le parole scritte con un miscuglio di yiddish, tedesco e polacco, ma che la cui comprensione portava in una sola direzione: i loro beni erano stati confiscati e che i lavori forzati, l’internamento e la prigionia era diventata la loro vita quotidiana.

Mi ricordo che l’ansia di mio padre e di mia madre aumentava quando non ci giungevano più lettere da alcuni dei nostri parenti. Nemmeno io volevo che si scrivessero e ci mandassero così spesso delle lettere che ci procuravano paura e inquietudine. Alla fine  giunse anche per noi il momento in cui le lettere indirizzate a noi iniziarono a diminuire. Però questo rappresentava qualcosa di ancora più triste per i miei genitori, che anch’io ho accertato, e cioè che ai nostri parenti sarebbe successo qualcosa per non scriverci più.

La mancanza di lettere dei nostri parenti, la maggior parte dei quali li conoscevo grazie ai racconti dei miei genitori, portò a casa nostra l’ansia dell’attesa di una disgrazia, il dubbio che alla nostra etnia stava diventando difficile avere una vita come gli altri. Ho presente quando per la prima volta abbiamo parlato di come allontanarci dalla città di Belgrado, per chiedere riparo in qualche luogo nascosto, dove a nessuno interessava che noi eravamo ebrei e di come potevamo sfuggire alle spaventose parole delle lettere, dei giornali e della gente per strada e nei bar, e che il mondo stava attraversando uno sconvolgimento mai visto da generazioni.

E ora le parole mi stanno tormentando. Ora le parole mi stanno rattristando. Sebbene sia quasi rinchiuso tra le mure di questa piccola capanna, le parole funeree che sembrano scoppiare da queste mura, solo dio sa come mi stanno terrorizzando.

So che migliaia e migliaia di persone della mia etnia avrebbero voluto ripararsi  in questa piccola capanna. Solo per allontanarsi agli sguardi di chi li tiene d’occhio, lontano da quelli che li uccidono e li fanno fare la fame. Mio Dio, ormai loro stanno camminando accanto alla morte in quei campi che hanno costruito apposta per noi, per il nostro sangue. Cosa ne sanno quelli sventurati che la paura mi ha indebolito e trasfigurato, sebbene non mi trovi tra le mani del diavolo, sebbene non stia nella loro situazione?!

Per fortuna Sara non si è fatta travolgere da questi pensieri pessimistici. Forse l’abbandono di quella montagna delle notizie tristi che ascoltavamo tra le vie di Belgrado e la calma in questo vecchio villaggio, hanno fatto che lei sia convinta che noi riusciremo e che un giorno usciremo liberi da questa capanna in quest’ultimo villaggio del Regno, dove finiscono anche i binari della ferrovia e da dove si vedono verso il sud le montagne ricoperte di neve. Lei sta dando coraggio anche a me, mi accarezza la schiena e mi conforta che ci sarà una buona fine per il nostro destino, anche se le parole funeste sul destino miserabile della nostra comunità attraversano anche questo cortile circondato da mura, nonostante ci troviamo in centro della città.

Bajram, colui che ci ospitava, raramente entrava nel nostro riparo sebbene la capanna era la sua. Quest’uomo, che non poteva avere più di dieci anni rispetto a me, appariva molto invecchiato di aspetto tanto che mi sono fatta l’idea che tutti gli uomini di di questo posto estremo del nostro Regno sembrano molto più anziani, di quanto non lo siano in realtà. Lui ci ospitò dal giorno in cui io e Sara abbiamo fatto tutto quel viaggio faticoso per raggiungere questo posto, sul quale si racconta che sono state nascoste tante altre famiglie ebree.

Erano trascorsi pochi giorni quando Sara e io diventammo curiosi di sapere come mai Bajram non passava mai dal nostro cortile, verso la capanna che si trovava dietro il suo cortile, e che un tempo aveva sfruttato come abitazione suo zio che non aveva figli.

– Perché non vengono mai di qua Bajram e la sua famiglia? – mi chiese Sara un giorno.

Sinceramente nemmeno io conoscevo la ragione per la quale Bajram e la sua famiglia non si vedevano mai dietro al loro cortile, dove eravamo rifugiati noi. Comunque dovevo trovare una risposta per scacciare la preoccupazione di Sara.

– Avranno anche loro dei problemi, come tutte le persone, – le risposi senza guardarla negli occhi. – In questi tempi è l’ultimo pensiero quello di preoccuparsi degli altri!

A dire il vero, la prima settimana che siamo arrivati nella capanna di Bajram, anche io mi chiedevo perché non si facevano vedere da noi. Forse si saranno pentiti a dare un rifugio a noi che eravamo i più ricercati dai nazisti e dai fascisti! Non c’è dubbio che Bajram si sarà pentito per la decisione precipitata per nasconderci, anche se, come diceva, aveva promesso a Gilad, insieme al quale aveva lavorato per un lungo periodo, che se ci ospitava l’avrebbe fatto per lui. Tra lo zio di Sara e Bajram era nata un’amicizia e una fiducia reciproca e questo l’ho osservato lo stesso giorno in cui ci siamo avvicinati al suo negozio facendogli sapere che noi eravamo quelli che avrebbero abitato da Gilad. Ma il motivo per cui la famiglia di Bajram non si faceva più vedere nel cortile della nostra capanna l’ho saputo più tardi, quando piano piano iniziai a capire le loro abitudini, e specialmente quella che loro chiamano favore.

Il giorno che siamo arrivati in questa città ancora c’era la neve qua e là, in particolare in alcune parti dove i raggi del sole non cadevano abbastanza da sciogliere la neve in acqua schiumosa e fredda. Sulle montagne la neve appariva  in tutto il suo candore, ma quel giorno era come se il sole volesse lenire un po’ la paura e la nostra agitazione. Non mi era mai capitato prima di vedere così tanti minareti di moschee, che scintillavano di fronte ai piccoli tetti delle capanne. La voce improvvisa degli imam e poco dopo il suono delle campane di alcune chiese, in quel tempo mi fecero scuotere per i ricordi della città di Belgrado, dalla quale venivo. Eravamo partiti verso questa città insieme a mia moglie, lasciandoci alla spalle Belgrado che scintillava di luci ed era avvolta da rumori. Erano state proprio le parole di gratitudine di una lettera che avevamo ricevuto dallo zio di Sara, il quale viveva e lavorava qui, a metterci in testa l’idea della nostra fuga. Erano le prime parole di una lettera inviataci da un nostro parente, nella quale non si descriveva il terrore e la morte. Erano le rare lettere di Gilad, che non avevo mai visto prima, che ci fecero pensare al  peso della sopravvivenza e alla fuga da Belgrado, al peso della incertezza che cresceva di giorno in giorno nella capitale del Regno. Nello stesso tempo Gilad era uno dei pochi della nostra stirpe che non ci aveva mai scritto lettere prima, né quando ci siamo fidanzati e nemmeno da sposati. Lui scrisse alla sua nipote solo quando ritenne che fosse giunto il momento di pensare seriamente al nostro futuro. Mi ricordo la sua prima lettera, nella quale non c’era alcun augurio per il nostro matrimonio, e dove esprimeva soltanto la sua preoccupazione da zio per il nostro futuro, come anche la sua preghiera di prendere il treno per raggiungere il posto dove lui viveva e lavorava, in una città povera e lontana del Regno. Rammento la sua descrizione del viaggio in treno che durava a lungo e che non portava da alcuna parte, con una parola era l’ultima stazione ferroviaria in questa regione del Regno.

Lo zio di Sara era rimasto in questa città perduta tanto tempo fà durante i suoi viaggi da commerciante e probabilmente gli era piaciuto l’ambiente e le persone del posto, che invece a me, nonostante abbia vissuto nello stesso Regno, non è mai capitato di vedere queste povere persone, le quali parlano una lingua completamente diversa dal serbo, e raramente c’è qualcuno che sappia scrivere nella propria lingua.

La lettera di zio Gilad indirizzata alla nipote e a me, secondo la quale dovevamo andarcene il prima possibile da Belgrado per raggiungere questo posto povero dove ci saremmo salvati dalle persecuzioni, ci costrinse a valutare seriamente la nostra situazione a Belgrado. Ogni giorno e ogni ora sentivamo alla radio la voce di Hitler minacciare il Regno di Jugoslavia tutti lo sapevano fin troppo bene che il rumore dei suoi aerei non avrebbe tardato e le bombe avrebbero devastato tutto contro quelli che Hitler minacciava. Ma Sara e io non eravamo tanto preoccupati degli aerei perché in fin dei conti migliaia di bombe lanciata dagli aerei non facevano distinzione tra le persone da uccidere e quelle da salvare, e in quell’occasione nemmeno noi due, che tutto il vicinato ci chiamava ebrei. Ma noi pensavamo al giorno in cui l’esercito di Hitler avrebbe girato per le vie e gli angoli di Belgrado alla ricerca di qualche ebreo e allora sarebbe dipeso dalla misericordia di Dio se saremmo finiti nelle loro mani o meno.

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Ardian HAXHAJ è nato nel 1976 nel villaggio Gllarevë della città di Klinë. Scrittore e sceneggiatore. Ha compiuto gli studi universitari e post-universitari presso la Facoltà di Filologia dell’Università di Prishtina. È realizzatore di sceneggiature di lungometraggi artistici e di serie e format televisivi. Scrittore di romanzi e saggi, ha pubblicato in Kosovo in lingua albanese le seguenti opere: la raccolta di poesie “Vdekja ulërin në sytë e mi” (1994);  il romanzo “Fundi i një misioni” (2006); il romanzo “Kryekronika e Fushës së Kosovës” (2010), premiato dal Ministero della Cultura del Kosovo come miglior romanzo del 2010; il romanzo “Dështimi i Madh” (2013).

Fuga da Belgrado è il primo romanzo tradotto e pubblicato in italiano.