«Franco Fortini. La Guerra a Milano. Estate 1943» a cura di Alessandro La Monica

«Franco Fortini. La Guerra a Milano. Estate 1943» a cura di Alessandro La Monica

Recensione del volume «Franco Fortini. La Guerra a Milano. Estate 1943» a cura di Alessandro La Monica, con prefazione di Stefano Carrai, (Pacini Editore, 2018).

Nell’approfondito lavoro di ricerca sugli autori italiani rifugiati in Svizzera, presso gli archivi della Zentralbibliothek di Zurigo, da cui già è maturato il suo prezioso lavoro di riscoperta e rivisitazione critica del dattiloscritto originale del terzo romanzo di Ignazio Silone, Il seme sotto la neve, Alessandro La Monica ha avuto modo di reperire e portare alla luce, nel 2007, un dattiloscritto originale con correzioni autografe de La Guerra a Milano. Estate 1943 di Franco Fortini, testo che sarebbe poi stato pubblicato nelle due edizioni definitive del 1963 e 1985 con significative varianti e parti espunte unitamente a Sere in Valdossola.

Il dattiloscritto fu esteso da Fortini, con annotazioni manoscritte, per la pubblicazione in traduzione tedesca, nel periodo 1943-44, mentre si trovava nel campo di lavoro per rifugiati di Adliswil, presso Zurigo. Si tratta di un testo costituito da 138 carte, che, diversamente dalla sequenza cronologico-diaristica nelle Sere in Valdossola, è strutturatoindodici sezioni tematiche. L’edizione critica che ne è scaturita dal lungo e intenso lavoro curato da Alessandro La Monica è stata pubblicata quest’anno all’interno della Collana del Dipartimento di Filologia e Critica Letteraria dell’Università di Pisa, per i tipi dell’editore Pacini.

Il prezioso reperimento del dattiloscritto originale zurighese ha consentito al curatore di apportare fondamentali contributi alla genesi ideativa dell’opera di Fortini e all’iter delle successive rielaborazioni dall’autore operate, proponendone nuovi elementi di interesse e una nuova visione di insieme attraverso la messa a confronto delle diverse stesure parziali e integrali: il manoscritto originario buttato giùnei quaderni datigli dalla Croce Rossa nel campo di Adsliswil, il dattiloscritto zurighese proposto all’editore E. Oprecht per la pubblicazione in traduzione tedesca; alcuni frammenti conservati, unitamente ad altre opere del periodo svizzero di Fortini, presso il Fondo Schiavetti dell’Istituto della Resistenza in Toscana e le due edizioni definitive del 1963 e del 1985.

Ne risulta un’opportunità di rivisitazione ricca di elementi di rilevante interesse, a partire, come ben viene evidenziato nella pregiata prefazione di Stefano Carrai, dalla parte che destina al rapporto tra Fortini e l’intellettualità fiorentina precedente e inferente la stesura del diario di guerra e altre sue importanti opere.

Nell’edizione critica viene ancor più sottolineata l’incidenza che la condizione e il vissuto di rifugiato in Svizzera determinarono nella formazione ideale, letteraria, politica e culturale di Fortini, come concorrono ad attestare i riferimenti sulle opportunità di frequentazione di alcuni tra i più importanti intellettuali italiani anch’essi profughi o già da tempo lì emigrati, in particolare Ignazio Silone. Ne danno conto anche i frammenti epistolari e documentari che Fortini intrattenne con l’editore Oprecht di Zurigo nel tormentato percorso per pervenire a una possibile edizione in Svizzera del dattiloscritto originale zurighese e che trovò, alfine, sole stampe parziali nelle pagine di “Libera stampa”, quotidiano del Partito Socialista Ticinese, dal 23 febbraio al 6 aprile 1945, e poi in quelle de «l’Avanti!» nel 1953.

Di fondamentale rilievo nel lavoro di ricerca di La Monica, attraverso il  minuzioso ed esaustivo corredo di analisi delle revisioni e varianti stilistico-strutturali  del testo succedutesi, è l’opportunità di conoscere e apprezzare le cinque parti in corsivo che il dattiloscritto originale zurighese conteneva e che saranno da Fortini successivamente espunte.

Sono pagine che uniscono alla loro valenza critico-filologica un’innovata percezione dell’opera e della vicenda umana e letteraria del suo autore.

Annota La Monica come una serie di scritti a commento e prese di posizioni dello stesso Fortini, seppur nel tempo articolati, possano far indurre l’insieme di motivazioni e riflessioni critiche, ideali, puramente letterarie e personali che si intersecarono con la risoluzione di espungerle dall’edizione definitiva successiva. Solo per citare alcune di quelle che la nutrita  rete di riferimenti proposti dall’edizione critica lascia all’osservazione del lettore, la preoccupazione, innanzitutto, per un rischio di inadempienza della modalità letteraria di genere memorialistico a quell’impeto decisionale, del “fare” che il contesto dell’8 settembre e quello successivo degli anni del dopoguerra proponevano come impellente all’intellettualità politicamente impegnata nella personale declinazione con cui Fortini sentiva di appartenervi. Un concreto e attivo coinvolgimento, prima come decisa presa di posizione nel contesto del dopo 25 luglio e del dopo 8 settembre e, successivamente, come appassionata partecipazione a costruire la Nuova Italia, e tuttavia notoriamente agito da Franco Fortini in una dimensione letteraria dell’engagement personale e originale costantemente in divenire, ripensata e aperta o contrastiva, secondo i casi, ai più diversi indirizzi della produzione critica e letteraria italiana e internazionale e ai fenomeni sociali, politici, culturali a lui contemporanei. Sul piano critico-ideologico, un’attribuzione di valenze eteronome all’opera d’arte, anche come superamento del primo simbolismo formativo, ma mai totalizzante e, anzi, contestualmente permeata dalla valorizzazione dell’autonomia del linguaggio letterario e della sua specificità connotativa.

Si aggiungono, poi, tutta una serie di annotazioni e riferimenti di Fortini riportati dal curatore che intersecano la risoluzione di espunzione e al contempo consentono di addentrarsi nel suo vissuto e nella sua rappresentazione del reale. Fra i diversi e tutti di pari interesse, un senso di inadeguatezza del presente già passato; un rifuggire da possibili concessioni alla contestualità del percepire interiore e il trattenerne rancori e indignazione, ancora vivi e prorompenti nell’allora del campo di Adliswil, in favore di una visione del nuovo e possibile. La tragedia vissuta con l’8 settembre e il suo post, la sensazione mirabilmente descritta dal sottotenente Fortini della caduta improvvisa di ogni riferimento, di ogni istituzione, del senso stesso dell’esistere, il prezzo enorme scontato nell’esilio drammatico in Svizzera comprendevano al contempo, per sensibilità come la sua, i tratti di un annichilimento della vita fino allora vissuta l’impeto e l’urgenza di un’idea e bisogni futuri, di un tempo altro, in cui percorso esistenziale e idealità di una Nuova Italia coincidevano.

Osservazioni che si intersecano con potenziali correlazioni ricavabili a posteriori tra  piano  morfologico dell’esposizione  e determinate sopravvenienze di matrice ebraica che lo stesso Fortini “rivela” a se stesso in alcune sue annotazioni successive ‒ una sorta di riemergenza del Fortini-Lattes‒ e che si riverberano nell’uso preminente dei tempi verbali del passato e del futuro, come traduzione espressiva riconducibile all’Ebraismo della valorizzazione del “prima” e del “dopo” piuttosto che al “qui e ora”.

Di non minore interesse, come sopra accennato, gli approfondimenti sulla struttura narratologica del dattiloscritto originale, la prospettiva diegetica successivamente modificata, dove la cronaca si misura con la storia e l’uomo Fortini che vi si colloca come autore-personaggio-narratore. In connessione, le evocazioni  della commedia dantesca,  di un immaginifico itinerario tra reale e ideale, diverso per esiti che nel caso di Fortini erano ampiamente conosciuti e maturati.

Ripercorrendolo oggi, ci sembra di poter dire che il dattiloscritto originale zurighese de La guerra a Milano. Estate 1943 restituisca un’opera di originaria e ancora più pregnante intensità, in cui l’arricchimento contenutistico di matrice cronachistica e memorialistica scaturisce da uno stile narrativo intimamente corrispettivo del verso di Foglio di Via.

In questo senso l’edizione critica di Alessandro La Monica va segnalata per il suo proporsi come rilevante apporto per ogni itinerario critico delle nuove generazioni su una voce fondamentale della nostra letteratura moderna e contemporanea e, nel valore formativo in senso ampio, come riflessione “oltre” sulla complessità contingente con cui ogni generazione si trova a misurarsi tra il proprio sé in maturazione e il suo ritrovarsi in una realtà ineludibile, tra decifrazione del prima da cui è pervenuta e un dopo da immaginare o persino da presagire e per quanto possibile criticamente costruire e orientare.

Al contempo, il testo del dattiloscritto originale zurighese, marcatamente in quelle pagine espunte, è una rinnovata opportunità anche per il comune lettore di coglierne, con immediatezza e profondità di percezione il senso del vero di un tempo drammatico della nostra storia nella dimensione e bellezza della pura letterarietà in cui Fortini, nella sua coinvolgente modalità stilistico-espressiva, lo connota e fa fluire.