«Firenze mare» di Simone Innocenti

«Firenze mare» di Simone Innocenti

Recensione di «Firenze mare» (Perrone, 2017) di Simone Innocenti.

Ho conosciuto di persona Simone Innocenti, valido giornalista del “Corriere fiorentino” e, soprattutto, autore del bel volume «Firenze mare» (Perrone, 2017), nelle giornate dell’ultimo Pisa Book Festival anche se, come scrittore, lo “frequento” sin dai tempi di «Puntazza», edito da L’Erudita, un breve romanzo la cui scrittura mi aveva colpito e interessato.

La nuova opera di Simone non è un romanzo tout court ma un libro che si inserisce in un genere (itinerario letterario o letteratura di viaggio) che negli ultimi anni sta riprendendo piede assurgendo a modello gli importanti lavori di autori come Pessoa, Magris o Lodoli, solo per citarne alcuni. Da questo genere – da cui ho attinto anche io, nel mio volume su Trieste, uscito nella stessa collana, Passaggi di Dogana – o dall’humus molto plasmabile che lo caratterizza, Innocenti ha tirato fuori dal cilindro un libro al tempo stesso arguto e divertente, puntuale e piacevole, ben scritto e scorrevole. Un libro che si muove su un filo molto delicato, sospeso tra prosa saggistica e narrativa.

L’autore infatti ci conduce per mano nella “sua” Firenze bifronte: da un lato il gioiello indiscusso di quella grandissima stagione che è stata il Rinascimento, dall’altra una città ruvida, spigolosa e viva, nonostante l’apparente staticità. Eccola quindi nei colori ocra delle strade, tra palazzi e chiese, negozi, ambulanti e tanti, forse troppi turisti. Dimentichiamo, in questo libro, i bar sciatti, adatti per coloro che sono di passaggio. In questo itinerario entriamo nei grandi caffè che hanno visto passare sul loro pavimento e sedersi intorno ai suoi loro tavoli gli uomini che hanno reso incredibile il nostro Novecento letterario (Pratolini, Palazzeschi, Manganelli, finanche Luzi, poeta meraviglioso che ci ha abbandonato ormai quasi quindici anni fa). Tavoli su cui si sono poggiate le carte fondative di riviste come “Solaria”, “Campo di Marte” o “La Voce”.

Firenze città della Poesia sin dal Medioevo: c’è un’unica corrente d’aria che ti abbraccia dallo Stilnovo alla meravigliosa follia di Dino Campana.
Ma se c’è tantissima poesia in questo luogo (nei muri, nella lingua, nell’aria) dov’è quel mare di cui parla l’autore? L’odore del Tirreno sembra arrivare con il vento dall’Ovest, da Pisa, da Livorno, dalla Versilia. Ma non è il Ponentino romano: a Firenze l’aria (distante) del mare non è un refolo, una carezza. In città gli inverni sono freddi e l’estate calda, troppo calda.

La gente, è vero, a volte è scontrosa, spigolosa, come la gente delle città portuali. Ma non basta. La tesi di Simone è ardita: il mare a Firenze non c’è, neanche a cercarlo. Eppure. Eppure l’acqua c’è (non salata è vero, ma qui è sciapo anche il pane) e l’Arno è sempre lì che scorre come una grande arteria di un corpo sdraiato in maniera un po’ scomposta.
Un fiume che la gente guarda e osserva: per ammirarlo, certo, ma anche per paura. Come si fa con l’Oceano. Quel fiume è un fiume che si incazza e quando  si incazza sono guai (chi non ha negli occhi quell’anno, il 1966, il lo straripamento delle acque modificò per sempre la città?). L’Arno è un mare che si naviga e i ponti collegano non quartiere ma isole, isole vere e proprie. I cittadini sono i navigatori (e di marinai importanti ce ne sono anche molti: basti pensare ad Amerigo Vespucci o Francesco da Verrazzano, le cui casa si trovano ancora nei pressi di piazza Santa Croce.

L’autore riesce nell’impossibile: farci amare ancora di più una città che già siamo obbligati, per tutto quello che gli dobbiamo, ad amare. E non è per monumenti o per gli Uffizi o tutto quello che abbiamo studiato. Firenze la amiamo  come luogo, come respiro di un popolo, come “forma dell’altrove” (citando Manganelli), come mappatura di incontri e vite e odori e altri incontri, altre vite, altri odori che si intrecciano tra reticoli di strade, campagna, canali.

E mare, appunto.