Festival teatrale Innesti Contemporanei: una presentazione della seconda serata

Festival teatrale Innesti Contemporanei: una presentazione della seconda serata

Presentazione della seconda serata del Festival teatrale Innesti Contemporanei, attraverso le due performance andate in scena: «Icaro» di Scena Nuda e «Dux in scatola» di Frosini-Timpano.

Il Festival teatrale Innesti Contemporanei (Squillace, CZ) è stato quest’anno alla sua Seconda Edizione: un ciclo di eventi giovanissimo che ha già riscosso grande consenso in territorio calabrese e fuori, e ha previsto non solo la partecipazione di numerosi artisti provenienti dalle diverse parti d’Italia, ma anche una raccolta di vari laboratori, workshop per adulti e bambini, mossi alla sensibilizzazione verso l’arte teatrale e verso una maggiore consapevolezza del proprio corpo e delle sue capacità.

L’evento complessivo, della durata di quattro giorni (dal 27 al 30 luglio, quest’anno), ha interessato e coinvolto gli spazi ‘interni’ – a cielo aperto – del Castello Normanno di Squillace, complesso storico di recente ristrutturazione, facendo rivivere in maniera suggestiva i pieni e i vuoti dell’architettura, e creando e offrendo attorno a questi il movimento, la luce, la musica e l’arte.

La Direzione Artistica è di Saverio Tavano: giovanissimo drammaturgo (Centro di produzione teatrale Nastro di Möbius) attorniato da uno staff appassionato e qualificato; tra i nomi dei componenti, Maria Grazia Bisurgi (Associazione ConimieiOcchi e teacher metodo Linklater, per la liberazione della voce naturale personale), Francesco Votano (ConimieiOcchi); Giorgia Boccuzzi e Emi Bianchi (Associazione Confine Incerto e Segreteria Organizzativa per il Festival); Valeria Bonacci (in Ufficio Stampa); Gianluca Vetromilo (alla Direzione Tecnica).

Tuttavia, il Festival non si è limitato a queste presenze.

Come raccontato dalla sua medesima espressione, Innesti Contemporanei suggerisce un’idea di ‘integrazioni’, di ‘aggiunte’ di forme artistiche contemporanee differenti tra loro, e in effetti nel corso dell’evento è stato anche dato spazio a un intervento site specific di installazione visiva curata dal duo artistico Zingarello/Pujia – interno alla chiesa gotica di Santa Maria della Pietà- e a un’ulteriore installazione, stavolta sonora, eseguita proprio all’interno delle rovine del Castello Normanno, a cura di Rizzo/Stancati di Studiolo Laps.

Per ciò che attiene alle performance di teatro al Castello, tre si sono svolte nella serata del 27 luglio («Bollari», di Teatro della Maruca; «Opera Aperta» di Piccolo Teatro Umano; «Un uomo a metà», di Castello di Sancio Panza); due nella serata del 28 («Icaro», di Scena Nuda; «Dux in Scatola» di Frosini-Timpano); due nella serata del 29 («Doppio legame», di Retablo; «Mari», di Teatro Pubblico Incanto); e infine due nella serata del 30 («Va’ pensiero che io ancora ti copro le spalle», di Scena Verticale; «Bestie rare», di Angelo Colosimo).

Ma oltre agli eventi previsti in cartellone non sono mancate piccole e piacevoli sorprese estemporanee; infatti, al debutto della seconda serata, durante l’aperitivo al castello cui sono poi seguiti i due appuntamenti teatrali, gli Hey, Porters, gruppo musicale locale, su loro esplicita richiesta di potersi ‘unire’, hanno allietato gli ultimi momenti del tramonto al Castello Normanno eseguendo cover dei successi più gettonati di sempre.

Poi, una volta sceso il buio, alle 21:00 ha avuto inizio la prima rappresentazione teatrale.

Si è trattato di «Icaro», della compagnia reggina Scena Nuda: un momento di teatro di narrazione con un solo interprete in scena.

Eseguito per metà in italiano e per metà in dialetto reggino dall’attore Luca Fiorino, «Icaro» è la metafora di un “folle volo” ma anche del “volo di un folle”, si potrebbe dire, giacché il protagonista della storia si configura come personaggio stravagante, bizzarro, strambo: è, come si sarebbe detto in Grecia antica, un φαρμακός, la vittima espiatoria di un paese che ride e sorride delle sue stranezze, e della cui situazione è egli stesso pienamente consapevole.

Ma se, per parafrasare, “dietro ogni scemo c’è sempre un villaggio”, è pure vero che prima di ogni “scemo” c’è spesso un forte trauma psichico-emozionale, ed è proprio ciò che Fiorino, gradualmente, rappresenta in scena: Giovanni, conosciuto da tutti come Vanni, si trova in quella condizione non per puro caso. Nella sua storia, che si snoda tra flashback e deliri allucinatori e alterna momenti esilaranti a momenti di mesto turbamento, è stato marito, padre, persona ordinaria come tutti con qualche fantasticheria velleitaria come tutti.

Successivamente un evento sconvolge la sua esistenza, rendendolo barbone e sagrestano come un Quasimodo un po’ devoto e un po’ miscredente, in conflitto con una religiosità di cui stravolge le preghiere nelle loro parole, anche imprecando talvolta, salvo chiedere perdono subito dopo.

Una figura tragicomica e memorabile, insomma, uno sdoppiamento dell’Icaro mitologico tra un padre che desidera involarsi per attutire il rimorso e il peso dell’esistenza divenuto insostenibile («per vivere di cielo sopra la mia testa») e una figura effimera di figlio che muore annegato in mare, e commuove per la sua storia, e incanta per la compiuta e matura padronanza dei movimenti del corpo dell’attore e per la competenza evocativa del linguaggio non verbale agito sulla scena.

Alle 22:00 è toccato il turno di «Dux in scatola» della compagnia romana Frosini-Timpano.

Lo spettacolo, finalista Premio Scenario 2005 e finalista Premio Vertigine 2010, ha trovato nel 2012 anche una sua sistematizzazione in forma di scritto nel volume «Storia cadaverica d’Italia» edito da Titivillus Edizioni.

Per questa rappresentazione, come per la precedente, pure si è vista la presenza di un solo interprete in scena, e la performance si è svolta in forma di monologo narrativo, intriso di forti elementi tratti dal mimo.

Sulla scena, Daniele Timpano dà espressione al corpo morto di Benito Mussolini che, dopo l’esibizione a testa in giù a Piazzale Loreto a fine aprile 1945, e attraverso rocambolesche peripezie durate più di dieci anni e terminate il 30 agosto 1957 «alle ore 12:10», trova finalmente ‘pace’, per così dire, a Montemaggiore di Predappio nella tomba di famiglia.

«Venite, venite, venite a trovarmi»: è una delle ingiunzioni con cui esordisce Timpano ed è anche la battuta di chiusura dello spettacolo, della durata di un’ora, seguendo lo schema della composizione ad anello, per cui si termina ricongiungendosi ai punti iniziali.

Più precisamente, quella a cui Timpano dà voce è un’autobiografia del cadavere animato del Duce; ciò significa che Mussolini non parla al suo pubblico di ciò che fu in vita, ma proprio della sua ‘vita da morto’: tutti i fatti posteriori alla fucilazione sono rievocati con dovizia di parole che diventano immagini e arricchiti di date, nomi e contesti inequivocabilmente pertinenti.

Dallo scempio del ’45 alla pompa di benzina e attraverso tutti i vari spostamenti, la ‘raccolta’ di ciò che restava del suo corpo, la composizione di quest’ultimo in una sorta di baule (la scatola, appunto), il trafugamento e tutti i numerosi avvenimenti storici riguardanti il post-fascismo sono raccontati con una mimica stilizzata e al tempo stesso fortemente espressiva, evocativa di un personaggio a suo modo bizzarro, egocentrico e teatrale oltreché dittatoriale, quale fu effettivamente Benito Mussolini.

Timpano cattura l’attenzione dei presenti e fa sorridere in più momenti nel modo di raccontare: mano sinistra in tasca, mano destra tesa e spesso rigida, raffigura ciò che il fascismo fu e ciò che del fascismo resta, ad oggi, non trascurando mai il senso di quello che era diventato il corpo del Duce una volta giustiziato: anche lui un φαρμακός, capro espiatorio su cui si è concentrata la rabbia collettiva, per cui gli stessi giornalisti ed esponenti politici del Dopoguerra si espressero definendola «uno spettacolo di macelleria».

Sebbene i due spettacoli andati in scena siano completamente differenti, vi sono delle simmetrie che credo valga la pena di evidenziare: in primis, per entrambi, la presenza di un baule come unico elemento scenografico; nel caso di «Icaro», contiene le piume atte a finalizzare il volo, quelle per cui Vanni afferma: «C’ho messo tutta una vita per raccoglierle». L’altro, invece, raccoglie le spoglie di «Dux», il quale, in un momento dello spettacolo, sostiene con una vena che ricorda quella messianica: «Mussolini non è più qui, cercatelo altrove».

Anche per quanto riguarda i “colori” in scena, il bianco sporcato e stropicciato di Vanni contrasta con la quasi totalità del nero lustrato e ordinato – smoking nero, cravatta rossa e camicia nera, non a caso- di Benito Mussolini. Il primo, uomo ‘decaduto’ di una storia che potremmo incontrare nella vita di tutti i giorni; il secondo, personaggio storico singolare i cui effetti della propria esistenza si incontrano ancora oggi in certe forme di pensiero e atteggiamenti che ci riguardano, tutti.

Due performance che hanno detto tanto e tanto ancora hanno da dire, e che, grazie al Festival, sono state portate all’attenzione e alla coscienza di molti calabresi giovani e meno giovani, uniti per una o più serate dal potere dell’incontro e da un teatro che, potenzialmente, non ha perduto la sua dimensione di collante civico.

Innesti Contemporanei 2017 – Teatro Festival Edizione Due

Direzione Artistica                         Saverio Tavano

Segreteria Organizzativa               Giorgia Boccuzzi/Emi Bianchi

Ufficio Stampa/Social Media          Valeria Bonacci

Direzione Tecnica                           Gianluca Vetromilo

Staff                                              Maria Grazia Bisurgi/Francesco Votano/Achille Iera

Foto di scena                                  Angelo Maggio/Mattia Simonetta

Foto in locandina                            Francesco Sambo

Web Designer                                  Luigi Laquaniti

Foto scelte per l’articolo                Ph Angelo Maggio copyright©2017