«Il festival dei cerotti» di Mario De Rosa

«Il festival dei cerotti» di Mario De Rosa

«Il festival dei cerotti» è la terza opera del giovane autore Mario De Rosa. Pubblicato per la prima volta nel 2012 da PresentARTsi Editore, è stato poi riproposto nel 2015 da Antonio Tombolini Editore, nella collana “Officina Marziani”.

Si tratta di una raccolta di racconti, il cui titolo non potrebbe essere più azzeccato. Il filo conduttore di queste sei storie, infatti, è il dolore profondo di anime e corpi a pezzi, un dolore più o meno celato, unito al tema dell’amore: quello adolescenziale, quello della vita, quello occasionale, quello carnale.
Il dolore del corpo può essere quello inflitto da un padre violento, o quello che deriva da una dipendenza malata. Le cicatrici possono essere quel che resta di una profonda malattia, oppure quelle delle ferite con cui abbiamo sfogato la sofferenza interiore in un momento di forte depressione.

L’amore non ha niente di fiabesco. Può capitare che due ragazzini con situazioni difficili da affrontare nella loro fragile età trovino rifugio l’uno nell’altra; che una coppia di artisti di strada si intrufoli sul palco di un teatro per provare l’emozione dell’applauso di un vero pubblico; che un uomo deluso dalle precedenti esperienze sentimentali decida di vivere con un amore immaginario e costruito su misura; o che una coppia arrivi semplicemente a sopportarsi, non comunicando e non ascoltandosi nemmeno più.

Le storie narrate dall’autore sono storie di ordinaria quotidianità, ma non c’è niente di banale in esse, perché parlano di tutto quello che si può celare dietro la facciata di persone che si possono incontrare ovunque: in biblioteca, all’università, nel parcheggio del Burger King o su un cartellone pubblicitario.
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre”. È una citazione del teologo scozzese Ian Maclaren e mi è venuta in mente improvvisamente, leggendo soprattutto alcuni di questi racconti, come “Applausi”, “Una cosa davvero stupida” e “Buone abitudini”.

In “Convenevoli” e in “Buone abitudini”, il tema della “formalità”, che ultimamente, purtroppo, rimanda ad un concetto di ipocrisia e banalità, viene affrontato in maniera assolutamente originale. Nel primo caso, la formalità viene completamente abbandonata, e può capitare di essere travolti dalla passione e di ritrovarsi a fare sesso con qualcuno di cui non si sa nemmeno il nome. Nel secondo caso la formalità, intesa come “galanteria”, entra a far parte delle buone abitudini, che sopravvivono alle situazioni più difficili, ai litigi e agli allontanamenti. In questo racconto, sopravvivono anche alla morte. Ed è straordinario, in una società in cui gesti di gentilezza, di cortesia e di premura disinteressati rappresentano sempre più una rottura di schema.

Mario De Rosa scrive in maniera diretta, arrivando nel profondo. Proprio il suo scavare nei meccanismi più complessi delle relazioni, nei pensieri più nascosti, arrivando a tutto ciò che solitamente “non si dice”, garantisce dei tratti narrativi intensi, poetici ed estremamente delicati.
Una penna così giovane è in grado di portare alla luce situazioni profonde, sfere sentimentali e psicologiche disparate, adattando il linguaggio ad ogni racconto. Può essere diretto, gergale, interiore. Alterna la parte narrativa al flashback e a quella riflessiva, rendendo le storie credibili ed empatiche.
Sensibile e diretto, è sicuramente un libro che non può lasciare indifferenti.