"F. Scott Fitzgerald e l'Italia" di Antonio Merola

“F. Scott Fitzgerald e l’Italia” di Antonio Merola

Recensione di “F. Scott Fitzgerald e l’Italia” di Antonio Merola. Articolo di Edoardo Maspero.

Fiori nella clinica: il presentimento della fine 

Quando si legge si ha a che fare con un residuo e con un’ idea. Il residuo dello scrittore che è stato, sopravvissuto al pregiudizio di Camus sulla caducità e la frivolezza della propria fama, e l’idea che si attribuisce allo scrittore in virtù di lettore. Al narratario non rimane altro che un balocco di carta con il quale cucire un’idea di verosimiglianza che in primis coincide con la storia del lettore stesso e, appunto, l’idea o meno che egli costruisce di quell’autore.

Merola ci restituisce Fitzgerald e l’idea che si è costruita, ramificata e distrutta intorno a uno dei più grandi scrittori del Novecento. In un lavoro di continua codifica, decodifica ed elaborazione di realismo e lirismo magico. Di confronto e scontro con amici, colleghi, lettori , amori e amanti.

L’elaborato, che per brillantezza e lucidità si configura come l’ipertesto derivato da uno studio a tratti filologico delle opere di Fitzgerald, delinea con maestria e precisione la parabola italiana dello scrittore americano. Non solo, si presenta anche come un’opera strutturata e sostenuta da una minuziosa bibliografia che spazia da lettere (bellissima quella riportata da Pavese a Davide Lajolo, nel quale scrive che : «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore[…] perché mi piacevano troppo») a opinioni, quella di Carlo Izzo, convinto che il tempo avrebbe ridotto Fitzgerald a «proporzione più modeste», e infine a desideri, quello della Pivano, (unica ad aver intuito il legame viscerale tra io lirico e io biografico) che lo scrittore non venisse ridotto a macchietta di bohémien dell’età del jazz.

In quel dittico espresso nel binomio «letteratura come vita», definizione data da Carlo Bo, si estende non solo la volontà vittoriniana di esportare l’America in Italia, ma l’idea stessa che lo scrittore non possa essere esente dal richiamo ossessivo del proprio dramma. Merola fornisce non solo la storia dello scrittore di Saint Paul, ma delinea anche quell’ossimorica situazione in cui galleggiava l’editoria tra gli anni trenta e quaranta, tra censura di prevenzione e semplificazione diminutiva del genio, non lasciando spazio al desiderio di cambiamento e rinnovo di Vittorini che, successivamente, ricevendo l’appoggio delle principali firme italiane, riuscirà a dar vita all’antologia di racconti brevi Americana (Bompiani, 1941), sequestrata poi dal regime fascista.“La leggenda americana’’ era il nucleo concettuale della raccolta, che si estendeva oltre mere classificazioni di tipo cronologico e voleva regalare uno sprazzo e un bagliore, quasi una luce verde di speranza, di quella vitalità che il mondo portava in grembo.

A volte anche la bellezza quando allieta è confusa con la moda, ed è tipico dell’idiozia, in questo caso perpetuata dal regime per ragioni evidenti, voler sminuire la portata di opere considerate “nemiche’’ che erano portavoce di quell’americanità mondiale, secondo Pavese «illuminante», capace, tramite la propria leggenda, di decifrare l’assoluta insensatezza in cui stava precipitando il mondo tramite il dono della sua unica lingua che diveniva, tra le branchie della letteratura, universale.

Si dovrà aspettare il 1968 per l’opera completa con le note critiche originali di Vittorini: Piccola storia della cultura poetica americana.

Il lavoro di Merola non è semplicemente narrazione bibliografica venata da un’esigenza scrupolosamente filologica e fattuale, ma storia di desiderio e comune sentire poetico. Non una volontà di resistenza fine a sé stessa o coadiuvata a un’ideologia, ma la radice di una libertà che lega in sé la dialettica dell’altro e dell’oltre, di un oltre oceano che per vastità e mescolanza di popolazione non era solo storia di tutti, ma come sottolinea Merola citando Pavese «Dramma di corruzione, purezza ferocia e innocenza»: Hemingway per primo, secondo Vittorini, rappresentante di quel continuo agone tra la natura e l’uomo, riprendendo la scrittura di London, reduce dalla trincea senza retorica e portatore di quel grido che Merola descrive come capace di «parlare degli uomini e per gli uomini», riprendendo il pensiero di Sergio Pussato. Non vi è la necessità di un passato americano per viver quest’americanità cartacea e partecipativa, anzi, non vi son altre prerogative se non l’umanità stessa. Con il suo desiderio, ardore e impaziente passione. America che è civiltà comune a tutti gli uomini, la cui fine ha un accento italiano grazie al personaggio di Arturo Bandini creato da John Fante, che chiude Americana.

Nonostante la brillante intuizione di Vittorini nel suo «presentire l’epoca» dandole il suo mito,

Fitzgerald fu inizialmente, a causa del suo “realismo psicologico’’, esiliato dalla nicchia (Heminghway, Faulkner, Eliot) che, secondo Vittorini, era artefice del carattere della letteratura americana contemporanea e il suo talento, non solo da Vittorini, ma da molti, venne sottovalutato. Dunque inserito nell’antologia Americana nella sezione Eccentrici, una parentesi, insieme ai dimenticati Katy Boyle, Evelyn Scott e Morley Callaghan. Sulla dimenticanza e l’oblio insiste Merola; sentito è il passaggio con cui tratteggia un genio costretto a fronteggiare le necessità economiche dell’esistenza, dovendo passare dal libro e dalla sua specifica manualità e esperienza testuale al cinema, medium di massa per antonomasia.

In Italia, l’unica traduzione disponibile di Fitzgerald, prima dell’Americana, fu quella di Gatsby il magnifico (1936), che non trovò il favore del pubblico, elemento che, forse, in primis, portò Vittorini a dubitare dell’autore di Gatsby. Fu Montale, in una traduzione di Rich Boy, a tracciare l’interpretazione secondo la quale il dualismo lirico di Fitzgerald si configurava in derisione e glorificazione, sfiorando la meta-letterarietà. The Rich boy è un racconto autobiografico in potenza, che assume in sé l’odio del contadino nutrito da Fitzgerald scrittore e Fitzgerald protagonista, consapevoli del proprio disprezzo di quella società a cui, per ovvi motivi di grazia e libertà, desiderano appartenere.

Il tutto nella danza conoscitiva dell’altro-me, e dell’al di fuori di me. In uno spossessamento di possibilità e processi intermodali di cause & eventi. Un ballo che si gioca dall’interno, dove tra le mani in tasca e gli sguardi bassi della disoccupazione si coglie una bellezza lontana, ma concreta, mista a un’ incapacità di perdonare i ricchi per essere ricchi. Si tratta di percorso e amore per esso, dove la scrittura, secondo Merola, interpreta ciò che ancora non si manifesta chiaramente nella coscienza.

Il binomio vita- letteratura è onnisciente, garantendo l’azione poetica e motivando la fantasia, dove la verità di sé risiede negli aspetti dell’altro sé che si credevano falsi. E questa non è una provocazione intellettuale gettata alla cazzo, ma puro amore nei confronti di ciò che la scrittura può offrire qualora le si dedichi tempo e dedizione. Quella di Merola non è solo una parantesi che si nutre di italianità sentenziosa , ma soprattutto la storia di un uomo che si è cercato, trovato e perso nella scrittura. Come ricorda Nemi D’Agostino, infatti, per Fitzgerald il tema romantico dell’autocoscienza resterà sempre fondamentale.

Il lavoro di Merola è una storia di equivoci e apparenze, dove si è cercato anche di far passare il Grande Gatsby, anzi, il “Magnifico’’, prima come un superuomo, e poi come il protagonista di un romanzo rosa.

Il riassunto della partentesi italiana nel primo capitolo è presentato come un’ombra, un giovane signorino in Italia, non sottovalutato in toto, ma nemmeno considerato in pieno.

È nel secondo capitolo che Merola narra la storia di Fitzgerald come una storia di ripresa e resilienza, che accese gli animi dei più grandi critici e che grazie alla Pivano ottenne ciò che meritava. Ciò che colpisce sono gli aneddoti riportati, in cui dal vetro separatorio dei taxi si coglie il riflesso del proprio destino, intuendo che non si sarà mai più né cosi felici, né cosi arrabbiati. (Merola non a caso riporta infatti l’episodio dello scrittore che, in taxi, colto dalla consapevolezza che “mai sarà più cosi felice’’ inizia a urlare e inveire.)

F. Scott Fitzgerald L’ Italia è più di quel che può sembrare. È la storia bellissima di un libro raccolto dalla Pivano un po’ per caso, che con la sola biografia di Mizner e la conoscenza della lingua americana inizia un lento dialogo con Fitzgerald, astenendosi da critiche accademiche ma volendo esporre la propria analisi nel perimetro dell’introduzione che accompagnerà ogni romanzo dello scrittore. Critiche che si fondono in un’unica evoluzione o involuzione dell’altra, volendo comunque risollevare quel magnifico viveur dall’iniziale critica sfortunata. Evoluzione, come nei titoli, dove da Egoista romantico si passa a Di qua dal Paradiso, dove l’individualità non è totalizzante, seppur sospinta e spintonata in una società vorace di proteste e sfide.

Dove il personaggio potrebbe essere comune e qualora lo fosse, e lo fosse cosi perfettamente, diverrebbe anche storico. Tra flappers, maschiette, indumenti femminili e calze color carne non vi è solo descrizione e valor d’atto, ma anche di verità nella quale, come in una fotografia, subentra il referente, e lo svelamento del tempo si è concluso.

Infine, ciò che merita attenzione, è la storia d’amore che Merola sottolinea. Essenziale non solo nella vita di Fitzgerald, ma in tutta la sua produzione artistica. Una storia d’amore, quella con Zelda Fitzgerald, in cui tra le pareti claustrofobiche di cliniche psichiatriche vengono spediti ogni due giorni dei fiori, quasi fossero metafora di una bellezza che davvero aveva da concludersi in un ultimo bagliore d’incanto. Un amore consumato al di là, fuori dai limiti della ragione, oltre «le frontiere della coscienza». Perché la ripetizione può esser sempre nuova, ma pur sempre orientata secondo un’ immagine che lega in sé i filamenti narrativi del cuore, che per Fitzgerald avevano come espressione Zelda e nessun’altra. Se in lui vi era amore era solo per Zelda, incarnazione di quella grande ferita che prende il nome di giovinezza: «Se tutte le storie sono storie d’amore, non c’è dubbio che sono la storia del suo amore per Zelda».

Merola tratteggia un ritratto inafferrabile di uno dei più discussi scrittori americani di tutti i tempi. Il lavoro è commovente nei suoi aspetti latenti, e nelle fragili insicurezze di Fitzgerald sia come scrittore sia come uomo. Un uomo la cui storia e parentesi italiana non è stata esente da equivoci. Se vi è uno scrittore che è riuscito a fondere insieme divertimento e delusione, caducità e prosperità, felicità sfuggevole eppur eterna, stabile e isterica, rabbia e terrore, speranza e amarezza, quello fu proprio Scott Fitzgerald. Tra lenzuola mosse dal vento e bagliore d’oltreoceano tutto ciò che rimane è la trasparenza piena di sfumature d’una bolla di sapone che volteggia nell’aria. La stessa bolla di sapone, descritta dalla Pivano come «tremante di iridescenze troppo belle per essere vere; ma inafferrabile, a prezzo della sua stessa esistenza».

Non coscienza politica, da molti ostentata più per moda che per studio, che fu componente esclusivamente ironica dei lavori, ma coscienza d’essere. Coscienza d’essere nella quale è sempre accesso il presentimento della fine. L’azione, nella volontà spezzata del gesto, si configura come primordiale e ferrata ricerca del più banale e complesso mistero che avvolge l’ombra del tempo: la vita. La vita che, sin dalla nascita, ce lo insegna Herzog, ci teniamo stretta sino alla fine, dove spaesati e confusi, continuiamo imperterriti a cercarne l’origine, in quella tenue e offuscata speranza di comune umanità riscontrabile solo nella parola scritta.

Forse Fitzgerald davvero morì amareggiato, con il romanzo del “riscatto’’ incompiuto, come sottolinea Sergio Perosa, ma quello che ci mostra Merola è che davvero sarebbe stato impossibile rilegare Fitzgerald sotto un unico sillabario d’espressione, poiché tale fu la grandezza dell’opera che non si capisce ciò che mostra di intendere. Nel dubbio, nel gesto, nell’atto, non vi è altro che quel rinfrescante stupore di chi riuscì a descrivere un tempo al quale è sopravvissuto, e del quale ci ha fatto regalo. Merola, a sua volta, ce ne offre un nuovo e decisamente non scontato ritratto, con i suoi drammi, ossimori, e amori folli consumati sino all’ultimo fuoco.