Domenico Starnone, L’ultimo scrittore italiano

Domenico Starnone, L’ultimo scrittore italiano

Michela Murgia, in una trasmissione televisiva di qualche tempo fa, definì Domenico Starnone come il più grande scrittore italiano dei tempi attuali. 

E in effetti, si tratta di un autore che scrive alla maniera di un tempo, quando la letteratura era ancora garbata e intelligente, priva di qualsivoglia goffaggine o frivolezza.

La sua penna, complessa e polisintattica, ricorda quella lingua oggetto di studio durante i prolifici anni che seguirono la seconda guerra mondiale e anticiparono la morte di Pasolini, segnando una linea di demarcazione fortissima tra il passato fruttuoso e il presente così melenso.

Sì, perché oggi trovare una scrittura del calibro di una Morante o di un Calvino è come cercare l’ago in un pagliaio, dove tutti sono sempre troppo impegnati a guardarsi le spalle o a perdersi dopo l’esordio. Starnone, invece, fa la differenza, riportando la letteratura nel solco di una certa narrativa italiana, da molti rimpianta perché costruita sulle spalle di uomini e donne dal passato importante, capaci attraverso le parole di farsi potenti. Una fra tutti: Oriana Fallaci, grande osservatrice dei suoi tempi.

L’unica vera domanda potrebbe allora essere come mai il panorama letterario italiano sia così povero oramai di intellettuali potenti. Al di là di pochissime penne impegnate nel serissimo mestiere della scrittura (come Starnone appunto), di Philip Roth italiani non ne abbiamo. Oggi i romanzi sono l’eco di facebook e google: testi sempre più scarni, aridi, dal linguaggio immediato, zeppi di dialoghi filmici, rimpinzati di luoghi comuni, ma assolutamente privi di quel sentimento capace di trasformare le parole in un romanzo. Starnone, al contrario, sa il fatto suo. E sebbene non occupi i primi posti in classifica, la sua scrittura fuori dal coro è capace di raccontare il quotidiano come lo si faceva un tempo, quando il narratore poteva essere un intellettuale, ma non certamente un mattatore da palcoscenico social.

Lo dimostra anche l’ipotesi che dietro il nome di Elena Ferrante ci possa essere la sua penna: il rifiuto della notorietà a tutti i costi sta proprio nel nascondimento del volto vero dietro un nome fittizio, capace di riportare i lettori alla fonte della letteratura. Quella che non si crogiola sui palcoscenici o nelle presentazioni pubbliche, ma che fa della scrittura l’unico mezzo (e fine) di un mestiere difficilissimo. Se poi a farlo sia un uomo o una donna, un viso conosciuto oppure mai visto, non dovrebbe importare a chi legge.

Sebbene gli si possa rimproverare una certa omogeneità nella caratterizzazione dei suoi protagonisti (uomini adulti), questo è soltanto un espediente per sviscerare i rapporti umani che stanno alla base dell’esistenza e ne guidano i cammini. I suoi sono personaggi in cerca di risposte, in continuo scontro con mogli, figli, padri e nipoti; spesso malati, e umanissimi nella loro capacità di conformarsi alla vita che gli è toccata. Uno fra tutti il Federico di Via Gemito (che non a caso ha vinto il premio Strega nel 2001): una potente saga famigliare, nella quale l’occhio esperto di un figlio racconta la vita faticosissima di un padre in cerca del proprio posto nel mondo. Ma anche gli uomini di Denti (Feltrinelli, 1994), Lacci (Einaudi, 2014), Scherzetto (Einaudi, 2016): tutti testi dalla profonda veracità, nei quali l’uomo adulto napoletano incarna le mille sfaccettature dell’animo umano, sotto l’occhio attento dello stesso Starnone.

Lui, infatti, giunto alla narrativa in età matura (il primo romanzo è arrivato a 44 anni), non disdegna di parlare della sua generazione, seppur “vecchia” e bistrattata. Elemento questo di fondamentale importanza per riuscire nella scrittura: saper parlare di ciò che si conosce. Cosa che probabilmente seppero fare per ultimi i cannibali degli anni Novanta (dall’antologia Gioventù Cannibale del 1996): ultima avanguardia letteraria di confine, capacissima di raccontare una generazione in cerca di affermazione attraverso azioni violente (almeno nei testi). Dopo di loro è arrivato Starnone a raccontare le vicende degli stessi uomini, non più giovani ma alle prese con gli acciacchi della vecchiaia, stanchi del loro presente e grati del passato appena trascorso. Che dopo di lui possa nascere una generazione letteraria capace di raccontare una nuova epoca dell’esistenza umana? Lo speriamo per tutti i lettori accaniti di ottima narrativa.