Per Dario Bellezza / poesie di Rocco Salerno

Per Dario Bellezza / poesie di Rocco Salerno

Oggi pubblichiamo otto poesie di Rocco Salerno dedicate a Dario Bellezza.

Perdonami, caro Dario…
in occasione del premio di poesia Libero de Libero

Perdonami, caro Dario,
se ancora una volta sono stato vigliacco
(la prima quando gli eventi sono precipitati
e non c’è stata possibilità di venirti a trovare)
o non ho avuto abbastanza coraggio
come te di guardare in faccia
la Parca che recide la carne
ma non l’anima, il dialogo
la memoria di te, emblema solare
di anni andati, vituperati
scacciati (profanati) come un satana
incarnato e poi bastonato,
di recitare in presa diretta,
a sangue freddo, il tuo rovello
l’aggressione della Comare secca
sulla tua splendente immagine

emblema casto del passato –
in un Castello gremito
da cultori dell’Armonia
e forse anche di infingardi,
preso dal panico
che l’emozione, il nostro vero Amore,
potesse sfociare nel pianto,
ho preferito, eludendo i tuoi atroci
momenti, il tuo ultimo respiro
assistito da Maurizio
e affidato al Dio dei vivi
di cui intrisa, seppure divisa, era la tua vita
negatrice ormai anche degli efebi
idoli di un tempo, terrestre
negatore delle stelle –
da te cancellati (rinnegati) dalle pareti
della tua casa
che agognava (bramava) solo la Luce
la Luce del Signore
per i tuoi occhi moribondi,
rievocare i Locali di San Lorenzo e via Urbana
quando incendiavano le nostre serate
e la tua mestizia svaniva su un tavolino
dentro un bicchiere di vino
o sulle labbra dell’invincibile Armonia
(predatrice di lunatici, infausti sogni
mattutini da cullare in albe assiderate
nella tana di via dei Pettinari)
alimentata dal candido sorriso di Luigi [1],
come te, purtroppo, reciso
ma eterno battito, essenza invisibile

quando “nel grande azzurro tremule faville”
erano i nostri respiri,
sciami di voci (api sui fiori)
nelle azzurre notti
le nostre parole.

[1] Luigi Gulino, organizzatore di eventi culturali a cui partecipava anche Dario

*

Fiato incarnato nel Padre
a Dario Bellezza e Antonio Porta [2]

Non desiderio di immortalità
terrestre mi prende
se spedisco ad Antonio
i tuoi celesti battiti di Amore,
le tue voci di tenebra azzurra,
ma sapere d’essere fiato incarnato
nel Creato, nel Tempo che ti assediava,
nel Padre Celeste
di cui piena era la tua esistenza
gemma aperta all’incanto dell’universo,
salmo sulle tue rinate inviolate labbra.

[2] Antonio Porta, amico di Dario Bellezza ed editore delle Edizioni del Giano

*

Avrei dovuto anch’io, come Gerardo… [3]

Avrei dovuto anch’io, come Gerardo,
caro Dario, invocare
il Dio misericordioso del Ciociaro,
“solo la luce, la luce del Signore”
per i tuoi occhi moribondi
per la tua esistenza martoriata
ma stretta ormai nelle Sue possenti braccia
come una tenera madre
persa nelle carni del suo infante…
Eppure tormento e gioia accesa mi prende
se a ritroso nel tempo
ripenso quanta voluttà celestiale
già ti consumasse anche viaggiando
annaspando tra le mortifere brume
per arrivare a salvarti
e consegnarti alla Infinita Pietà
come un superstite lupo di mare
travolgendo l’orrida mano della Parca
che ti voleva nel Baratro.

[3] Gerardo Vacana, estimatore della poesia di De Libero

*

Inchiodato a una croce…

Ricordare, rievocare, caro Dario,
i tempi andati,
gli assolati mari della Calabria
le felici scorribande
per i vicoli, le campagne
nude e solatìe
come i nostri respiri
tesi al battito
dell’anima incarnata
nei giovani paesaggi
o nei ridenti canali
lungo anche strade impolverate
e abbandonate
o nel polline rappreso (disperso) sui fiori
o nei nostri salmi in un Santuario [4]
come quella volta
dirigendoci a Terranova
nel castello dell’amico pittore [5]
è rimorso che scava la memoria
e pure goccia
liberata nei campi
come la tua anima, indiata,
aperta all’incanto del Creato,
al respiro del solo Dio non più deriso
calpestato, “carogna bastonato”,
ma bramato
come un Santo, ormai,
accecato solo di celeste voluttà
se inchiodato ti vedo
a finire i tuoi giorni
a una Croce
a espiare le tue colpe
o sgranare rosari
con le tue mani scintillanti
-come una volta sgranavi
la pelle dei ragazzi-
da cui nascono stelle
accese nell’universo,
frenetiche preghiere
al Padre Celeste
che forse ti volle redento.

[4] Santuario Madonna delle Armi
[5] Ernesto De Angelis

*

In un gioco disperato di carne…

Il male è dentro e mi trascina inesorabile,
irreparabile.
Busso, mendicando carne, un attimo
e non riesco, non voglio capire
che l’amore è tripudio di favola,
è nel farsi sguardo, alito di alba,
rugiada sul prato.

Sazio non riesco a colmare questo strazio,
questo sguardo d’anfora e queste braccia
cariche di squallide verità,
di assurdi nembi celesti
di cui ho fatto il mio tempio.

Ma le farfalle, attimo dopo attimo, volano
tutte dalle braccia,
restano solo occhi insepolti di larve
che vorrebbero confondersi con l’alba
col segreto d’ insondabile felicità.

E non sapere che solo lo sguardo colma le arsure,
orizzonti assetati
di favole risorte dal mare,
e perdersi invece in un gioco disperato
di carne, inseguendo donne dal corpo flessuoso
e dagli occhi di fuoco
come te, invece, efebi eterni
e quanta luce rincorre distratta le strade
si perde fra gli alberi accecati (di sole).

Avvertiamo solo il tremore con le mani colme
di carne spoglia
di un tonfo disperato nel cuore
e il giorno che muore con l’ultima illusione.

*

Verso quali lidi…

Verso quali lidi andiamo?

Gli occhi non sono ancora paghi
di rapire verità,
le braccia incontrano statue di marmo.

Vuoti ci sembrano i porti
alle soste
e desolata, sempre più desolata l’anima
al traguardo,
al nostro giorno fatuo.

Veleggiamo soltanto i nostri inquieti sogni
come la luna veleggia onde tremule
in un notturno chiarore,
pronti a disfarsi
alla prima scia di sole.

Ci rimane solo come pennone
questo amore-odio
verso la parola.
Come lampara questa debole fiamma
pronta ad essere faro
verso cui va il capitano
pietrificato
in un mondo soltanto di marmo.

E soltanto gabbiani s’innalzano
dalle nostre braccia.

*

Come grembo di una madre
in visita a Ernesto de Angelis

Terranova la ricordo, ancora,
come un sogno
come un raggio di sole
esploso nei nostri occhi
avidi di Vero Amore
come melagrane aperte
alle nostre mani tese
al battito di vergini campi
di celesti cieli
come il nostro verbo
conficcato nelle pietre
roventi della terra
come grembo di una Madre
che disperatamente cercavi,
caro Dario,
del paesaggio arroccato
selvaggio
come la nostra impavida
anima
tra strade sterrate
abbandonate
come il nostro sorriso
smarrito in un delirio
divino.

*

Anche a te, caro Dario…

Anche a te, caro Dario, avrei in questo
funesto Natale, come a tutti gli amici,
inviato un sospiro o una cartolina,
come al Maledetto [6] che aveva per casa
soltanto l’aria e le sue indolenzite ossa
che riposavano su dimessi abiti,
come al Colono [7] che ci immortalò con uno scatto
sul terrazzo di Beppe e Josè [8]
e che rispecchiava il suo viso
soltanto in un bicchiere di vino,
ai miei affetti, come ai tuoi, tuo padre
trafitto dalla tua malattia, tua madre
che rivivo alla sede della Mondadori
affranta dal lascito del tuo
Proclama sul fascino,
Enzo, Elio, Emanuele e Renzo [9] e gli altri amici,
petali di sorrisi, Antonio [10] che ancora una volta
vuole sottrarti con un’Opera eterna
alla barbarie di questo secolo, Biagio [11]
con cui verrò a renderti omaggio
ai piedi della Piramide, simbolo e fasto
dei Grandi, ove come il vento nell’occaso
romano prima che eterna scenda la tenebra
forse serenamente discorri con Amelia e Gregory
e con Luce [12] invochi sui tuoi occhi moribondi
d’amore solo la luce, la luce del Signore.

E vado come un superstite lupo di mare
chiedendomi il senso di questo Natale
infausto che lascia solo scie di sangue,
migranti dispersi nel mare, Aleppo
sventrata, bancarelle travolte da
una mano insana che si trascina
brandelli di carne e volti indecifrabili
in una Berlino addobbata.
Eppure, felice te, come il passero
sospirato, nell’inverno romano, dalla
tua finestra, “dentro una buia stanza”,
piangendo i “tuoi anni spariti”,
che non hai potuto conoscere,
seppure stremato hai chiuso i tuoi giorni
come un cane in una fossa,
altra miseria di questa Umanità
come noi qui a raccattare
fra impotenti mani
desolate verità
lacerti di pietà
in questa landa
a scansare la Parca
in agguato dietro
a ogni angolo.

[6] Luigi Gulino, organizzatore di eventi culturali
[7] Nicola Catalano, fotografo
[8] Giuseppe Selvaggi e Josè Ortega
[9] Enzo Siciliano, Elio Pecora, Emanuele Trevi e Renzo Paris, relatori di Proclama sul fascino alla sede della Mondadori a Roma.
[10] Antonio Porta, editore del Giano
[11] Biagio Propato
[12] Amelia Rosselli, Gregory Corso e Luce D’Eramo