Dal miracolo della vita alla vita come miracolo. “Diario di un padre innamorato” di Marco Onofrio

Dal miracolo della vita alla vita come miracolo. “Diario di un padre innamorato” di Marco Onofrio

“Diario di un padre innamorato” (Città nuova, 2016) di Marco Onofrio letto da Antonella Pompei.

Ad osservarlo tra le mani, “Diario di un padre innamorato” (Città Nuova, 2016, pp. 88, Euro 8), di Marco Onofrio, si presenta come un libriccino (per numero di pagine) che muove a tenerezza, complice la sapiente e bellissima immagine di copertina: due scarpine verdi da bambino in primo piano. Non facciamoci  ingannare: in esso troviamo di certo tenerezza e amore infiniti, come si può arguire dal titolo, ma questo “Diario” è un testo di una potenza esplosiva che sconvolge. L’autore, quarantenne, indirizza una lettera a sua figlia registrando, come in un diario appunto, tutte le emozioni sperimentate a partire dal concepimento della piccola fino al compimento dei suoi primi tre anni di età. Settanta paragrafi scritti in una prosa lirica, limpida e chiara, che aderisce alla vita quotidiana nella descrizione delle trepidazioni amorevoli dell’attesa e poi delle premure e delle cure dei primi mesi di vita della piccola Valentina, e che si fa potente nello scolpire immagini e metafore intense, capaci di esprimere il profondo mutamento interiore che l’autore attraversa affrontando l’esperienza della paternità.

Sembra quasi che Onofrio, che conosciamo come finissimo poeta tormentato dall’ardente desiderio e dalla nostalgia dell’Infinito (“La nostalgia dell’infinito” è proprio il titolo di una sua antologia poetica) e sempre alla ricerca di un possibile, agognato, dialogo tra il Finito e l’Infinito, il cielo e la terra, l’apparenza delle cose e la loro essenza, trovi proprio qui, nel suo testo finora più intimo e personale, la risposta alle proprie domande esistenziali e filosofiche: a contatto con lo svelarsi del mistero dell’origine della vita. Quale miracolo più grande, al mondo, della nascita di un nuovo essere umano? Evento naturale, certamente, previsto dalla biologia e necessario alla riproduzione della specie. Ma proprio per questo, per la sua naturalità, considerato “normale”. Onofrio va ben oltre questa normalità, per accogliere e abbracciare il Divino che nel concepimento si inumana e al tempo stesso si rivela: «Una goccia di luce che cade dagli occhi di Dio, nell’immensa solitudine stellare. Una lacrima di gioia senza tempo. Un brivido di amore tenebroso. La goccia del mio sperma che ti generò». La fusione di due cellule diviene epifania del punto di contatto fra l’assoluto e il contingente, fra l’eternità (o il tempo-non tempo) e la storia, fra il visibile e l’invisibile: «La scintilla misteriosa di un inizio. […] Si aprì il varco del piano metafisico, irruppe l’invisibile. Sciamasti nell’aldiquà […]. Fu uno scoppio silenzioso di luce azzurra che gli occhi di carne non potevano vedere. Solo quelli della mente […]. Solo la vista del cuore». Il viaggio interiore che conduce Onofrio dall’essere uomo all’essere padre è connotato proprio dal sano timore del “meraviglioso”. Fra le normali paure e preoccupazioni che riguardano tutti i padri – il cambiamento della propria vita, le nuove responsabilità, etc. – ve ne è una per lui predominante: «Ti volevo ma avevo paura. Paura di diventare padre. Paura del “tremendo”: il mistero insostenibile del sacro».  Ciò che sorprende nel percorso dell’autore – soprattutto agli occhi di una lettrice donna – non è solo la sensibilità, il coinvolgimento intenso e totale, la lucida ed estrema consapevolezza del senso dell’essere padre, che certo appaiono di gran lunga superiori alla media degli uomini, ma anche la rivalutazione della paternità che l’autore offre alla riflessione pubblica proprio attraverso la scrittura della sua esperienza. È in questo che a nostro avviso risiede l’elemento stra-ordinario di questo libro.

Oltrepassando le paure e le emozioni ambivalenti (quelle che Onofrio definisce come «un senso di profonda, gioiosa paura»), l’autore si lascia rapire e coinvolgere totalmente dall’attesa della figlia, che gli offre un varco per l’esperienza e la conoscenza della globalità della Vita; ma è un “avvicinamento” difficoltoso, impacciato, percorribile soltanto a tappe. Viceversa l’istinto materno agisce quasi “inscritto” e immediatamente (ovvero senza necessità di mediazioni), nelle donne in generale – o nella gran parte di esse – e nelle neo-mamme in particolare. La madre e il figlio/a che ella porta in grembo sono un solo, unico essere per nove mesi. Una sola carne. E il legame simbiotico prosegue a lungo ben oltre la nascita, tanto che il distacco fra madre e figlio può avvenire solo gradualmente e nell’arco di anni. Una madre vive quindi la dimensione del miracolo della vita “dall’interno”,  in modo naturale, poiché “quel miracolo” si compie nel suo corpo ed è un “farsi” continuo. Onofrio è consapevole che la condizione del padre è differente: egli «è escluso da questa fusione cosmica […]: potrà soltanto bussare alle porte del paradiso. Come Ulisse che torna a Itaca in veste di straniero, ogni padre è un re dimenticato, dal potere incerto: dovrà “conquistare” ciò che dal principio gli appartiene». La “conquista” di cui l’autore parla non ci sembra solo riferibile alle modalità dell’ingresso in una adeguata relazione emozionale e affettiva con la dualità composta dalla compagna e dalla figlia (con la figlia in primis ovviamente) – che Onofrio peraltro raggiunge pienamente –, ma riguarda lo sforzo di riuscire a guardare in faccia il sacro e il miracolo senza soccombere alla paura di morire, laddove morire equivale simbolicamente a cambiare, a mutare forma. Se per una madre la nascita di un figlio è spinta rigeneratrice e potente vettore di “infiniti futuri”, per i padri, nella maggior parte dei casi, la nascita di un figlio porta con sé una dimensione e una sensazione di finitezza, di fine, di morte di qualcosa: di una parte di sé, di possibilità esistenziali che si restringono. «È tipicamente maschile questa paura di “morire”, di sentirsi finiti e de-finiti, trascorsi […]. Il figlio come anticamera della vecchiaia […]. Ed è paradossale che questo brivido di morte ci raggiunga […] nel momento di massima espansione della nostra vita». Le donne sono più predisposte, per natura e per cultura, a concepire come naturale il continuum del ciclo “nascita-vita-morte-rinascita”. Per cultura, ovvero per determinazioni sociali, sono loro – nella maggioranza dei casi – che si prendono cura dei genitori anziani e li “accompagnano” nel declino delle forze, sino alla morte. Accudiscono parenti anziani e malati per poi tornare ad occuparsi dei figli piccoli; o vivono la morte di un genitore e successivamente magari sperimentano una gravidanza. Dal punto di vista fisiologico, nel loro stesso corpo ogni mese si rinnova il fenomeno biologico della mestruazione, che altro non è se non un ciclo sempre rinnovantesi di vita/morte. È per questo, forse, che per gli uomini è più difficile concepire la vita come ciclo di morte e rinascita continua, come mutamento perenne.

Ma è qui che Onofrio “spariglia le carte”. Nel momento più importante della sua vita, mentre diventa padre, compie il «tragitto interiore verso il proprio centro. Affrontando con coraggio paure, debolezze, incertezze, egoismi, resistenze, reticenze… tutto il tessuto del proprio essere e, soprattutto, del proprio non essere» e, con la profondità del suo viaggio, “si tuffa” nel ciclo della vita, superando ogni residua paura. Può a questo punto guardare sua figlia, la sua creatura, sub specie aeternitatis, e con pura, libera gioia, ormai, la vede come «il miracolo inesauribile. Il pensiero sempre-da-pensare». Perché ora, Onofrio, il miracolo può guardarlo in faccia e coglierne le sfumature più recondite e i segreti. Gli si svela che «la nascita è un mistero vicinissimo e lontano: come la morte. Sono opposte e complementari, speculari. […]. Un bambino che deve nascere è nell’oltre, come un defunto». Il velo di Maya è caduto ed è permesso osservare con gli occhi del Cuore, della Mente e dello Spirito quella “identica sostanza universale” che è «il corpo dell’umanità […], che ovunque si rinnova e si ricrea. Infinitamente finito. […]. Generazioni come onde che viaggiano […]». Dal senso della vita come miracolo deriva per l’autore la visione di sé come “strumento”: «I genitori non sono “creatori” di niente; sono soltanto tramite della creazione di cui portano il seme […] è il miracolo che si compie attraverso noi. […]. Fattori dell’opera divina. Servitori consenzienti del mistero». Sublime presa di coscienza del ruolo dell’uomo e della donna nel processo generativo, ma anche del ruolo genitoriale più completo, quello che guarda ai propri figli come ad esseri umani autonomi e differenti da sé, che vanno accompagnati e aiutati dai genitori a scoprire la propria vocazione e la propria personale realizzazione nel mondo.

Il “Diario” rivela allora le molteplici letture di cui è passibile. Lettera e dichiarazione di amore infinito per la propria figlia, un viaggio “al centro di un padre”, registrazione personalissima della propria esperienza della paternità, ma anche luogo di incontro fra il personale e l’universale, fra “un padre” e “i padri”. E ancora, testimonianza della necessaria complementarietà dei ruoli paterno e materno a ricomposizione di un equilibrio familiare che troppo spesso, oggi, vediamo infrangersi. “Diario di un padre innamorato” è un racconto che ha del meraviglioso: un “canto dolcissimo di pace” e, al tempo stesso, un “programma” di paternità. Perché, come scrive Prévost (citato in esergo) “Un cuore di padre è il capolavoro della natura”.

Antonella Pompei

content