Conversazione con Riccardo De Torrebruna, autore di «Mardjan»

Conversazione con Riccardo De Torrebruna, autore di «Mardjan»

Lunga intervista di Elisa Cianca a Riccardo De Torrebruna, scrittore (oltre che regista, attore, sceneggiatore) in libreria con il romanzo «Mardjan» (Ensemble).

Da sempre ogni scrittore elegge a modello cui ispirarsi,  autori del passato, le cui opere sono entrate nella sua vita lasciando un segno. Immaginiamo la lettura come un viaggio, ogni volta che apriamo un libro, partiamo per una nuova avventura entusiasmante. Il viaggio è la cifra che caratterizza “Mardjan”: gli attori della troupe cinematografica devono girare un film, spostandosi tra Europa e Africa, arrivano a Zanzibar da Parigi. Proprio la capitale francese diventa teatro di incontri importanti per decidere le sorti della pellicola. Place de Clichy è una visione indistinta dal finestrino appannato di un taxi, Dominic e Marion attraversano Place de Clichy una girandola di luci allusive che promettono la felicità al viaggiatore smarrito. La stessa piazza compare in un altro testo: è cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. (…) Ci troviamo dunque a Place Clichy.  Nell’incipit del romanzo di Céline, “Viaggio al termine della notte”, Bardamu, il protagonista, è seduto al tavolino di un bar con il suo amico e d’improvviso decide di arruolarsi per partecipare alla prima guerra mondiale. Riprendiamo il tema del viaggio fisico e metaforico attraverso le miserie della vita e la fragilità umana. Partendo proprio da Place de Clichy quali sono i luoghi chiave del romanzo?

Place de Clichy è una piazza fortemente evocativa, la piazza amata da Truffaut in cui egli ambientò numerose scene, quasi un omaggio a un artista che ha fatto la storia del cinema francese. Se prendiamo l’aereo come i protagonisti ci ritroviamo a Stone Town, la capitale dell’isola di Zanzibar, caratterizzata da un degrado molto forte: cavi elettrici che pendono in maniera pericolosa dai muri, palazzi corrosi dall’umidità, vicoli maleodoranti. Poi c’è una bellissima cattedrale cristiana in un territorio a maggioranza musulmana. Inoltre, proprio al centro dell’isola, si erge il Palazzo delle Meraviglie della principessa Salme, la figlia dell’ultimo sultano regnante. Tuttavia il luogo più importante è la fascia costiera in cui la marea si ritira e riaffiora per quattro volte al giorno cambiando radicalmente il paesaggio. Il fondale visibile quando il mare si ritrae, è il luogo simbolo del romanzo, una sorta di terra archetipica che viene riscoperta, emerge per poi dissolversi, al limite fra la realtà e l’immaginazione, la realtà e l’illusione. Il romanzo è giocato su questo doppio registro perché qualcosa compare, come affiorando dalle acque e poi improvvisamente scompare; e ciò determina l’indagine dell’ispettore Milton che dovrà approfondire gli elementi di tale meccanismo senza riuscire forse a venirne a capo.

Durante l’incontro con i giornalisti per promuovere il film, il narratore scrive: Dominic aveva immaginato quella conferenza stampa come un’occasione per esprimere il suo pensiero sull’Africa (…) sa di non avere una cultura approfondita in merito. Non è certo Ryszard Kapuściński. Potremmo leggere questa ultima affermazione come una dichiarazione di poetica che lo scrittore presta allo sceneggiatore; ecco cosa scrive Kapuściński in “Ebano”: Questo libro non parla dell’Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, del tempo che abbiamo trascorso insieme. L’Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste. In quale misura  si può parlare di un debito nei confronti del reporter polacco? 

Il debito è sicuramente di umiltà, l’umiltà con cui Kapuściński  ha osservato, descritto e conosciuto l’Africa. Mi riconosco perfettamente nell’affermazione “l’Africa è un continente a sé, è un oceano” e direi che è impossibile conoscerla; siamo abituati a pensare attraverso i libri di storia, perché la storia ci ha fatto da guida nell’ipotetica conoscenza delle nostre origini occidentali, europee, italiane; “Ebano” mi ha fortemente ispirato a viaggiare in Africa per conoscerla con umiltà, scevro da qualsiasi pregiudizio. Dominic tenta, attraverso il film che ha scritto e che vuole dirigere, di avvicinarsi all’Africa con questo atteggiamento senza rendersi conto che poi, nel cinema, le esigenze di produzione lo obbligheranno a compromessi che snaturano il suo approccio. Egli è totalmente perturbato dal contatto con la realtà indigena e soffre quello che appunto si chiama “Mal d’Africa”.

Il romanzo presenta una miriade di personaggi minori che fanno il loro ingresso in sordina e poi diventano decisivi. Ognuno di essi acquisisce una rilevanza inaspettata, man mano che si procede nella lettura. Suleiman è il giovane musulmano che si invaghisce di una coetanea incontrata di notte su una nave. Al mattino deve separarsi da lei col rimpianto di non averle neppure rivolto la parola. Il suo viaggio continua in taxi, e attraverso lo sguardo del giovane, con l’ingenuità e l’inesperienza che gli appartengono, il narratore fa una riflessione profonda prendendo spunto da un cartellone pubblicitario:
“Il futuro gli passa davanti, non appena il taxi riprende a balbettare superando l’incrocio col cartellone in cinemascope della Vodacom, da cui domina il volto gigantesco di una ragazza con il cellulare attaccato all’orecchio che invita a prepagarti la libertà di parlare. La ragazza incontrata sulla nave era più bella, ma non aveva l’aria internazionale, da negra buona, che ha invece quella del manifesto. Per di più lei era musulmana. Una donna velata di nero non farebbe la pubblicità di un telefonino, in Africa.”
Improvvisamente si materializza il confronto di due tipologie di donna africana, pretesto per una critica sottile a una società proiettata verso un avvenire consumista. Il volto gigantesco della ragazza campeggia dall’alto e quasi sembra incombere sulle vite degli indigeni. Il suo orecchio giovane sembra fare da pendant agli occhi del dottor T.J. Eckleburg che continuano a meditare sul solenne terreno della Valle delle Ceneri, nel secondo capitolo del Grande Gatsby.
“Gli occhi del dottor T. J. Eckleburg sono azzurri, giganteschi  e hanno una retina larga quasi un metro. Non guardano da un volto ma da un paio di enormi occhiali gialli, appoggiati su un naso inesistente. Qualche strambo oculista buontempone deve averli senza dubbio messi lì per aumentare la sua clientela. “La modernità che avanza, evocata da Fitzgerald nell’America degli anni Venti, si riflette nella centralità di immagini pubblicitarie che promettono false illusioni. Si possono ritrovare echi di modernismo in un romanzo così lontano da quei tempi e quella società?

Penso che in questo testo confluiscano diverse forme di racconto: una è la sceneggiatura. Questa è la storia di una sceneggiatura che per certi versi è un genere letterariamente inferiore alla letteratura vera e propria. Le descrizioni sono brevi ed essenziali, poiché si suppone che quel materiale diventerà film, quindi immagini. Si lavora piuttosto sui dialoghi, sul montaggio delle scene, sull’equilibrio del racconto. Poi c’è il film vero e proprio che è sempre una serie di compromessi che il regista cerca di minimizzare per restare fedele all’idea originale. Questi due generi si intrecciano al romanzo e paradossalmente la storia del film non finisce quando viene prodotto e distribuito, ma, in un certo senso, continua malgrado sia finito.

Nel romanzo le fotografie campeggiano appese ai muri nelle case dei protagonisti. Queste immagini offrono la possibilità di conoscere il personaggio e di comprenderne gli aspetti più intimi, mostrando dettagli immortalati dallo scatto. Un ritratto ci colpisce in modo particolare:

È un ritratto a olio di Gabriel, poco più che adolescente, da cui sprizza la portentosa energia di cui era dotato; eppure c’è una piega triste dello sguardo che stupisce in un ragazzo di quell’età. È identica a quella di George, il suo figlio maggiore

La piega triste dello sguardo richiama una smorfia letteraria che ben conosciamo, il ghigno, potremmo dire di Dorian Gray, destinato e restar giovane, mentre il ritratto sulla tela invecchia al suo posto. Si potrebbe tracciare un parallelismo tra queste due figure, Gabriel e Dorian; quali sono i tratti che li accomunano? 

Gabriel è un regista di successo o meglio un ex regista di successo perché a un certo punto la popolarità comincia ad abbandonarlo ed essendo abituato a uno standard di vita molto alto non può fare a meno del lusso e della ricchezza. Ha bisogno di rilanciarsi recuperando una sceneggiatura, rimasta nel cassetto e di trasformarla in un film. In un certo senso credo che ogni regista di cinema attraverso i propri film cerchi di perpetuare se stesso, anche gli artisti e gli scrittori ambiscono all’idea di prolungare se stessi oltre la morte. Gabriel lo fa  a modo suo, con un film che gli sopravviverà e poi con un progetto molto ambizioso, cioè la possibilità di crearsi un’altra vita, sparire e riaffiorare da un’altra parte: tenta di costruire la sua immortalità sbocciando altrove. Il suo tentativo, nell’economia del romanzo racconta che una sola vita sembra non bastare nemmeno agli altri personaggi perché nessuno di essi riesce a centrare l’obiettivo, nessuna di queste vite riesce a essere “risolta”.

Per concludere, vorrei fare una domanda su un elemento particolare: gli insetti. Nel romanzo compaiono diversi insetti: formiche, termiti, scarafaggi, piccoli esseri che invadono poco a poco la scena dell’azione, in Africa. Da un lato si potrebbe pensare che la loro presenza sia un dettaglio realistico della ricostruzione meticolosa dell’ambiente. Dall’altro però sempre più si evince la valenza simbolica di tali creature, che diventano termini di similitudini o metafore andando a costituire il tessuto narrativo. 

La ferita gli pulsa come se fosse collegata direttamente ai battiti del cuore. (…) la battaglia che si svolge dentro le suture dolenti che la tengono insieme fa il chiasso che si potrebbe sentire dentro un termitaio.

La rappresentazione di una natura selvatica nel continente africano, indomito e indomabile per antonomasia, è al tempo stesso un ritorno alla terra primigenia, dove le forme di vita più elementari si riprendono la loro giusta collocazione nell’ecosistema, un ritorno alle origini: l’Africa culla della vita, una terra da cui si dice sia nato il primo uomo. Qual è il significato, quale la simbologia sottesa alle metafore di insetti che compaiono nel testo?

Quello che colpisce nella popolazione degli insetti in generale, ma in particolare in Africa è l’intensità e  la ferocia con cui gli insetti si moltiplicano. È interessante vedere quanto il loro movimento sia incessante, la loro presenza continua, dando il senso di quanto sia più potente la loro vita e quanto la loro esistenza continuerà malgrado tutti gli sforzi umani di contenerne l’invasione e l’invadenza: le termiti non possono essere arginate, le mosche non possono essere fermate. Il loro perdurare ossessivo nel paesaggio africano dà la misura della difficoltà di accedere realmente a questo pianeta.

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