"Cesare", semplicemente. Il libro che Rosetta Loy ha dedicato a Cesare Garboli

“Cesare”, semplicemente. Il libro che Rosetta Loy ha dedicato a Cesare Garboli

Recensione di “Cesare” (Einaudi), il libro che Rosetta Loy ha dedicato a Cesare Garboli.

È semplicemente intitolato Cesare (pag. 130, Einaudi, 2018) ed è la storia di un sodalizio letterario e sentimentale durato più di trent’anni,  tra Rosetta Loy e Cesare Garboli, “più lunga di una vita”, come ha sempre dichiarato l’autrice. A quasi quindici anni della morte di uno dei maggiori critici italiani del secondo Novecento, tra i più scomodi e i più severi, la grande scrittrice romana ci fa conoscere l’animo creativo, passionale e segreto, dell’intellettuale toscano, allievo prediletto di Natalino Sapegno e Roberto Longhi, dimenticato (come sempre succede per i grandi) troppo presto.

Per quello che ci racconta Rosetta Loy il suo Garboli è “bellissimo, eccentrico e un po’ folle”,  la loro è la storia di un amore maturo,  irrequieto e felice, una relazione affettiva di un “tempo nuovo” che si snoda tra la “gelosia insensata di Cesare” e quella di Rosetta, “silenziosa, sorda come il battere di un martello su un muro”.

Il libro si apre con l’omicidio di Aldo Moro, è il 1978,  con un Garboli che amareggiato e deluso lascia Roma per rifugiarsi nella casa paterna,  chiusa da molto tempo,  di Vado Camaiore, alle pendici delle Alpe Apuane. Agli occhi di molti però  Garboli è il filosofo, antimoderno e classico che incarna Molière e senz’altro Tartuffe (più volte portato in scena dall’amico Carlo Cecchi) è il grande amore della sua vita. D’altronde, Garboli aveva individuato nella società italiana del momento un virus che la stava lentamente infettando, portandola così alla sostanziale asfissia.

Non solo storie di vita privata ma straordinaria è l’attenzione da parte dell’autrice all’opera di Garboli, soprattutto verso quegli autori ai quali ha dedicato maggiormente il suo interesse critico, parliamo di Antonio Delfini, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Banti, Mario Soldati,  Carlo Cassola, Giorgio Bassani, Goffredo Parise, Mario Tobino e, per quel che riguarda la poesia, due soli poeti ma molto importanti come Giovanni Pascoli e Sandro Penna. Qui si capisce quanto la memoria amorosa di Rosetta sia complice con la dimensione letteraria di Cesare. Come il bisogno di ripercorrere i luoghi appartenuti a François-René de Chateaubriand, prima biasimato e poi lodato, in quella Francia che i due amano profondamente.

Un racconto intenso vissuto fino alla notte romana di quell’11 aprile del 2004, quando il grande critico letterario nel suo isolamento creativo ci ha lasciato per sempre. Mentre Rosetta vive per la seconda volta il dolore di quell’estate del 1985, quando morì improvvisamente il marito Peppe nella sua casa di Sperlonga.

In Cesare, Rosetta riporta in luce l’uomo, l’intellettuale, ma soprattutto ci fa rivivere il palcoscenico dei sentimenti di quell’Italia garboliana che forse non c’è più e che tutti un po’ rimpiangiamo. Ma si sa che la vita è un repertorio antologico di sincerità e compiacimenti, di amori felici e difficili, ma anche di solitudini palpabili. Questa storia unica e irrepetibile, passionale e senza alternative è il riepilogo di una vita, anzi di due vite che hanno percorso il loro viaggio in parallelo, tra fughe e incontri, tra confronti e scontri, ma con un cuore che vince.

Allora, non è difficile concordare con quanto scrive la Loy, Garboli, come Molière “è morto in scena”. Quella scena riconoscibile nei versi di Metastasio tanto amati da Cesare e messi in chiusura del libro da Rosetta: “sangue, sguardo e gesto non più scendibili”.