Aspirazione e disperazione. Sul secondo romanticismo inglese

Aspirazione e disperazione. Sul secondo romanticismo inglese

Alcune considerazioni sul secondo romanticismo inglese e il possibile rapporto con la nostra epoca.

Quale fraintendimento si fa spesso nel considerare i romantici e il romanticismo come inguaribili sognatori, poveri raminghi senza volto né ragione. Come accade di frequente, a puntar la lente d’ingrandimento ci si palesano particolari che conferiscono tutt’altro aspetto e significato alla vicenda. Il cosiddetto romantico non fa in realtà che sbalordirsi e incupirsi, e questo lo eleva ai nostri occhi così inerti e assuefatti alla prevedibilità al rango di uomo irreprensibile. Quando il nulla parla, per mezzo d’un tramonto o del busto di un poeta smarrito oramai nelle pieghe del tempo, l’artista romantico ascolta e inorridisce, oppure piange di cuore: partecipe-preannunziando il cosiddetto “Panismo” che è stato attribuito a certe liriche Dannunziane-della natura in cui egli è immerso da sempre e per sempre. Se però al giorno d’oggi il dibattito culturale ha preso una direzione d’indagine sterile e sicuramente poco soggetta ad alea circa l’identità umana, dove ogni concetto è slogan, lo spazio del romanticismo è per chi abbia sufficiente acume ed empatia più che degno d’investigazione. L’accelerazione del tempo è relativa al vissuto emotivo della persona: un marketing culturale della paura e dell’incapacità di ovviare alle esigenze non solo basilari ma diciamo superiori della persona umana rischia di menomare ed impoverire anche il campo delle letterature che divengono per lo più apologetiche dell’autore o cataloghi di stampo umoristico-nichilista. Per quel poco che conta, lo spirito di uomini come Byron, Shelley, Keats, e persino dei nostri Foscolo, Alfieri, Leopardi non è in vendita, né psichiatrizzabile, né meccanizzabile o convertibile in algoritmo. L’idea e il messaggio che le loro tumultuose, passionali, eccentriche esistenze hanno lasciato sono nelle letterature l’equivalente di ciò che possono esser stati i super-magistrati nella storia della giustizia. Questa eredità non meno di altre è pesante per la sua eccellenza e purtuttavia munifica di doni; onde per cui non sono assolutamente d’accordo nel negarle la potenza educativa qui ed ora, rilegandola ad una scelta ermeneutica che vede nello Zeitgeist di ogni epoca una sorta di limite invalicabile o di recinto conchiuso e impenetrabile. La cosiddetta seconda generazione di poeti romantici (John Keats, George Gordon Byron, Percy Bisshe Shelley) che sembrano nel tempo e nello spazio così distanti da noi, con la ricchezza dei loro toni non fanno che parlarci di noi; nella misura in cui essi incarnano alcuni degli aspetti peculiari dell’essere umano. Partendo da Byron, noi abbiamo lo spirito che senza l’atto sfuma e si sfibra; egli necessita più d’ogni altro della sfida, dell’epopea personale. Molti di noi ne possono amare l’opera e la vita, che trasmettono una profonda esigenza di mettersi costantemente alla prova(si pensi all’aggettivo “Byroniano”).

“In piena vita ed espansione, vivo,

non l’amore e la bellezza ideali,

ma qualcosa di più, così reale

che la modella era di certo uguale. (…)”

Byron immortala la vita nel suo aspetto più ricco, attivo e perciò anche più annichilente. Per quanto l’uomo si fiondi in imprese e ribalderie, se sufficientemente sensibile s’accorgera della potenza della natura che gli è infinitamente superiore, e al contempo della sua maestosa bellezza.

“Aspra la costa, battuta dalle spume

con scogli e un’ampia sponda di sabbia,

protetta da mura di secche e rocce,

qua e là un’insenatura il cui aspetto

offriva il benvenuto ai naufragati.

E di rado taceva il boato ondoso,

solo negli infiniti giorni estivi

quando l’oceano splende come un lago.”

La capacità di Byron di modellare forme negli occhi del lettore è fuori discussione. Ciò che lo rende così prezioso ai nostri occhi è sicuramente la sua vena epica; che sempre più dietro abili macchinazioni e gogne mediatiche dirette od indirette, o semplicemente per la nostra indolenza, rischia di essere inaridita ed estirpata. Quando il barometro del sentimento si innalza verso vette di magnificenza e dolorose prove  è davvero improbabile non menzionare, pur di sfuggita, l’Amore. Ciò che così facilmente si perde per la strada, fragile come un cristallo e raramente riducibile ad oggetto. Nella poesia romantica l’amore inscena un dialogo sibillino ma non troppo anche con le vastità del creato, sino a tempestare di concitazione lirica il lettore. Dei poeti romantici, chi più ha incentrato la sua opera su tale prospettiva è stato Percy Bisshe Shelley. L’amore intriso di fatalismo e di eterno, un lasciapassare per le più alte regioni dell’esistenza umana. Quello che ognuno di noi ha più o meno segretamente vissuto con melanconia e trepidazione; sino a che tutto d’intorno ci rimandi alla nostra metà:

“Baciano i monti l’altissimo cielo,

E l’onde si abbracciano fra loro;

Sorella fiore non sarebbe perdonata,

Se disdegnasse suo fratello fiore;

E la luce del sole abbraccia la terra

E baciano il mare i raggi della luna:

Ma se tu non baci, a che vale

Tutta quest’opera soave?”

Come nella più moderna delle vicende romanzesche, un attimo è sufficiente a definire due destini di lì in avanti. Con possente enfasi, in un’altro frammento il poeta lo rimarca:

“Incontrarsi non è come lasciarsi.

In quel momento si sente di più,

Più di quello che il mondo può sentire.

Il mio cuore è triste, e il tuo

é pieno di dubbi per me.

Un solo istante ha incatenato i liberi.”

Chiaramente, la constatazione che la nostra capacità di autodeterminazione in alcuni casi è gravemente menomata, farebbe sorgere un “rigetto” viscerale anche al più posato, mite, razionale degli uomini: Shelley però contravviene nel medesimo frammento al “disfattismo” di abbandonarsi a tali pensieri, creando un senso di liberazione nel lettore e plausibilmente anche in sé medesimo:

“… Mi pare un prezzo esiguo

Per un istante trovato, e perduto!”

Così l’oblio e la morte, il nulla e la nullificazione di ciò che siamo fanno irruzione sulla scena. O forse si manifestano solo fugacemente. Questo ci porta direttamente al poeta che invece il senso della morte e della transitorietà l’ha acquisito subito, per la sua fragilità che contrastava ardentemente con la sua aspirazione all’infinito. Mi riferisco ovviamente, last but not least, a John Keats. La sua opera è costellata, quasi a ritrarre l’essenza primordiale della vita, di contrapposizioni e campiture adiacenti di terrore ed estasi, disincanto e aspirazione. Lo riconosciamo certo in una delle sue composizioni più esplicite:

“Quando la paura mi prende di morire

Prima che la penna tutto

Il mio fertile cervello abbia spigolato,

Prima che molti libri abbiano raccolto

Come granai pieni ciò che è ben maturato,

Quando osservo sul volto stellato della notte

I segni profondi e nuvolosi d’una grande storia

E penso che potrebbe non toccarmi mai la gloria

Di tracciare le loro ombre con la mano magica della sorte,

Quando sento, amica bella d’un momento,

Che mai più ti guarderò né mai godro più

Dell’incantato potere dell’amore senza tormento-

Allora sulla spiaggia del gran mondo solo e pensoso resterò,

Finché Amore e Fama naufraghino nel nulla.”

L’accezione tragica che Keats imprime ad un topos classico quale il poeta pensoso, possiamo affermare che provenga della sua incredibile e rigogliosa emotività. La chiarezza con cui egli espone il turbamento che angustia molti esseri umani è degna di ammirazione; non solo per lo stile, ma certo pure per l’intento. E sembra, nonostante tutto, che ancora si rivolga con speranza, il caro Keats, ai poeti che non rigettano il sentimento; che diventano, mediante l’espressione e la condensazione dei moti dell’animo e delle viscere, figure mitiche ed encomiabili:

(…) “Così vivete in cielo. Poi, di nuovo,

Vivete sulla terra. E le anime

Che indietro lasciaste in questo cimitero

C’insegnano adesso il sentiero

che porta ove voi siete beate,

Anime mai stanche, anime mai annoiate.

Come scrivevo all’inizio, una pesante eredità; se facendo un raffronto al di là della contingenza storica si osserva proprio il mutamento nell’opposto della figura del poeta; ovvero un vizioso senza più amore della scoperta e dello slancio, un uomo piegato dal suo allontanarsi sempre più da una possibile utopia-e quindi anche da un possibile equilibrio. Non che nella poesia di questi grandi autori si facciano lezioni di etica; epperò leggendole e raffrontandole agli stilemi del postmoderno, ci accorgiamo che per vivere anche sporadicamente l’ora appagante ora crudele poesia dell’esistenza, non possiamo lasciar “naufragare nel nulla” l’Amore e l’ambizione alla Bellezza suprema che questi uomini ci hanno consegnato mediante i loro scritti.

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Note

(1)- Il titolo dell’articolo è un verso della poesia di John Keats “Quando la paura mi prende di morire”, il cui titolo originale è “When i have fears that i may cease to be”. Questa e le altre liriche di John Keats sono tratte dal volume “Poesie” a cura di Silvano Sabbadini. Milano, Mondadori 1996. Sul termine “Romanticismo” c’è una definizione introduttiva ma piuttosto esauriente sul sito dell’enciclopedia Treccani: —  http://www.treccani.it/enciclopedia/romanticismo/

In essa il romanticismo inglese è scarsamente menzionato, ma è sufficiente per avere una panoramica del sentimento romantico e della poetica che ne deriva. Per chi non teme di legger qualche riga in inglese, c’è una voce concisa e interessante sull’Enciclopedia Britannica: — https://www.britannica.com/art/English-literature/The-later-Romantics-Shelley-Keats-and-Byron

Per chi invece non volesse avventurarsi nelle voci in lingua straniera, ma fosse comunque curioso di sapere di più circa questi “ragazzacci” , può trovare molto rovistando tra le opere del critico italiano Mario Praz: —  https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Praz#Bibliografia

(2)- Mi pare importante ricordare al lettore che il famigerato romanticismo inglese si articola in due generazioni di poeti. La prima è incarnata da W.Wordsworth-S.T. Coleridge-R.Southey; la seconda invece dai menzionati G.G.Byron- P.B. Shelley-J.Keats.

(3)- Per George Gordon Byron mi sono avvalso degli estratti contenuti nella piccola antologia “I ragazzi che amavano il vento” a cura di Roberto Mussapi, edita per Feltrinelli, Milano 2012.

(4)- Per P.B. Shelley ho usato una vecchia edizione dei Fratelli Fabbri editori( Milano,1970) a cura di Giuseppe Sardelli. Per qualcosa di più recente suggerisco l’edizione a cura di Roberto Sanesi, edita per Mondadori, Milano 1983 e sgg.

Immagine: Giacomo Trescourt-Lord Byron sulle sponde del mar ellenico.  1850, olio su tela. Pavia, Musei Civici.