"Arsenale di Roma distrutta" di Aurelio Picca

“Arsenale di Roma distrutta” di Aurelio Picca

Recensione di “Arsenale di Roma distrutta” (Einaudi). Il nuovo romanzo di Aurelio Picca.

È un vero arsenale, dove si nasconde la Roma con le sue voci soffuse e le sue grida, con la sua puzza e i suoi odori, piuttosto che armi ed esplosivi, quella narrata da Aurelio Picca nel suo ultimo capolavoro “Arsenale di Roma distrutta” (pp. 107, Einaudi Stile Libero). Nell’arsenale di Picca c’è una Roma, che di primo acchito sembrerebbe immaginaria, invece è proprio quella vissuta dall’autore, esattamente come se fosse una nave felliniana ormeggiata in questa darsena dei ricordi per essere restaurata da chi l’ha violentata e distrutta. Non per amicizia dico che questo libro è un capolavoro, lo è veramente perché Aurelio è riuscito a mettere insieme il sacro e il profano, le ombre e le luci di una Roma altezzosa e popolare, quella di Anna Magnani o di Pier Paolo Pasolini, quella di Monte Mario o delle verduraie di Campo de’ Fiori, quella criminale di Renatino De Pedis, il capo della banda della Magliana.

Questo romanzo di Aurelio Picca, è un arsenale che ha però un cuore che pulsa ancora, è la “Roma mia” che “non morirà più”, con questo auspicio si chiude, infatti, il libro. E se Roma è la Città Eterna, eterno è l’amore di chi la vive, la corteggia e la tradisce come un’amante, con tutta la sua bellezza, con i suoi pregi e i suoi difetti. Tuttavia, l’arma di Picca è la parola, è il sentimento, è l’anima cristiana e pagana allo stesso modo, sono le urla che si alzavano dall’Eur, quando sul ring del Palasport Carlos Monzon metteva all’angolo Nino Benvenuti. Quegli incitamenti avevano la stessa intensità delle grida e del sangue consumato nel Colosseo durante la sfida dei gladiatori, lo stesso rivale delirio dei tifosi laziali e romanisti all’Olimpico per le scorribande di Giorgio Chinaglia soprannominato Long John  o di Ciccio Cordova. Ma quell’incontro di boxe Aurelio lo tiene stampato nella memoria perché c’era andato con l’amato nonno.  “Il Palasport sembrava il Colosseo. La gente dai palchi gridava e implorava. Avevo dieci anni, quella sera del 7 novembre del 1970 compresi improvvisamente, come in un lampo, che non c’era poi tutta questa grande distanza tra un artista e un criminale”.

La giovinezza di Aurelio Picca non è nostalgica, è come la sua Roma, mitologica  e ribelle, ma mai cattiva perché “Roma, al Palasport, inglobava i grandi invalidi, gli uomini con in tasca la tessera del partito (Pci, Pri, Dc, Psi, Msi). Roma aveva l’ernia. Era una femminona con i capelli unti che mi allisciava sul capo e non smetteva di ripetere: pische’, a pische’. ‘Ndo vai pische’?!”.

La Roma raccontata in questo bel romanzo da Aurelio è notturna e luminosa alla stessa maniera, popolata di mignotte con le unghie “smangiucchiate” e le labbra sbavate di rosso ai bordi dei marciapiedi di via Merulana, di bische e bar con i tavoli da biliardo sul retro, di “macellari” e di “pizzicagnoli” imbrillantinati col zinale sporco di sangue, di comitive che con le scappottabile  sfrecciavano sulla Nomentana e nei cruscotti nascondevano le pistole per qualche rapina.

È questa Roma, innocente e criminale, fatta di carne e di spirito, di sesso e di preghiere, ma mai blasfema o irriverente verso i suoi figli, madre e matrigna, perché quella sua “miserabilità era dolcissima: una pena così umana da meritare la gloria di una battaglia senza morti. Era Roma.”  Una Roma eroica ed epica ma a volte trasgressiva, un po’ femmina e un po’ maschio, “meretrice o transessuale” in molte occasioni.

Se la Roma di Picca poi è un po’ madre e po’ amante, è anche infame per i suoi rapinatori, sequestratori, assassini, spacciatori, “feroci, spietati, nudi, estremi, senza paura”. Insomma, plebea o aristocratica, pariolina o borgatara, Roma va amata così com’è, senza pregiudizi.  Bestemmiata o osannata rimane sempre “quella Roma polverosa di gambe storte e pelose, di scoliosi e vista da cecati o da poca luce, era ancora la Roma che resisteva umile e feroce.”  Insomma, è la Roma spietata raccontatagli da quel visionario di Sergio Citti davanti a una spaghettata di pesce a Fiumicino.

“Non so se dedicare questo libro a Giulio Cesare o a Giorgio Chinaglia. Li amo entrambi. Oppure a Gustavo Cacini, che era un figo della madonna. Però mi sa che lo dedico ai vecchi pederasti.”  Provocatoria è la dedica al libro, così com’è la sua vita e lo è Roma.  Aurelio Picca lo dichiara nel capitolo di chiusura: “Roma ha fatto tutto quello che ha fatto il Resto del Mondo, ma il Resto del Mondo non ha fatto quello che ha fatto Roma.” Il suo è un atto d’amore verso una Roma che non c’è più, una Roma distrutta ma dove ancora si riescono a udire le voci segrete e scandalose di quegli anni. Come se fosse al suo primo incontro. “Quando la vidi non sapevo fosse Roma. Era domenica e nell’aria non volava un grammo di polvere. L’autobus ci lasciò sulla via Appia, a cinquanta metri da via del Quadraro. Sulla destra l’acquedotto proseguiva obliquo: un lungo treno di catrame, un pezzo di legno carbonizzato.”