La quotidianità di uno spazio felice. «Ogni spazio felice» di Alberto Schiavone

La quotidianità di uno spazio felice. «Ogni spazio felice» di Alberto Schiavone

Recensione di «Ogni spazio felice» (Guanda) di Alberto Schiavone.

Lei è Ada, «una creatura fragile e offesa». Lui è Amedeo, «un animo leggero e perciò innocuo». Se i libri fossero un corpo, questi due personaggi ne rappresenterebbero le membra – lei – e la mente – lui –. Una coppia che possiede due nomi dalla stessa iniziale: quella “a” messa lì quasi a caso, come a significare il collante di una relazione che sembra stare sul punto di finire. Perché la “a” è poi quella di amore e ascolto, assuefazione e arrendevolezza. Tutte parole ammissibili per raccontare cosa sta dietro il nuovo romanzo di Alberto Schiavone, Ogni spazio felice (uscito per i tipi di Guanda lo scorso aprile).

Prima di tutto c’è l’amore tra Ada e Amedeo, due pensionati tristi e un po’ annoiati (anche qui la “a” torna con prepotenza), che vivono la coppia come assuefazione dall’alcol – lei – e come arrendevolezza alla condivisione – lui –. La loro esistenza scorre alla maniera «di un cameriere che non vede mai terminare le cose da fare, le comande da sbrigare, i clienti da servire». Insomma, «una tensione addomesticata male». Lei che beve per cancellare un trauma indelebile, e lui che le compra da bere per fare, quasi, finta di nulla. Un accordo tacito tra i due che trasforma la dipendenza – di lei – e il concorso nel reato – di lui – in una forma malata di reciproco aiuto. Quello stesso che, senza la “a” maiuscola rafforzata dal coraggio, può trasformarsi in una reciproca forma di arrendevolezza. I due, infatti, sono saldamente ancorati alle fondamenta di un matrimonio che non scorre. E l’alcol è la “a” che si intromette, ancorandosi a quel vuoto già apertosi nel loro passato tragico. Un intruso che entra in punta di piedi e, senza troppi sconvolgimenti, fa compagnia anche allo stesso Amedeo. Quel rituale di comprare ad Ada il vino da bersi tutto d’un sorso è la sua dipendenza da qualcosa, il suo trovare un palliativo al dolore che non si cancella. Perché, in fondo, grazie all’alcol possono guardare con occhi docili al proprio fallimento, che, come un amanuense certosino, scalfisce pian piano le loro immobili esistenze.

Poi, però, c’è la vita che scorre e, prima o dopo, tocca afferrarla, soprattutto se ci si accorge della propria ridicolaggine: giornate trascorse a non far nulla, sprecando il proprio spazio di felicità per qualcosa che mai tornerà. Nel romanzo una settimana si dilata lungo il tempo di anni trascorsi nel non pensare al proprio dolore. Sette giornate che soccombono al peso di secondi, minuti e ore infinite, passate a soffocare la memoria. Ma la speranza, alla fine, deve tornare in qualche modo, come le lacrime che nutrono la nudità dell’amore per non averne più paura. E alla fine il dolore e il piacere possono guardare indietro, al proprio passato, oppure avanti, in un presente «sempre vuoto, privo di pensieri come un giardino d’estate».