Tradizione e lotta politica. Conversazione con Gëzim Hajdari

Tradizione e lotta politica. Conversazione con Gëzim Hajdari

Lunga intervista al poeta, critico letterario, traduttore Gëzim Hajdari, una delle voci poetiche più importanti della Letteratura europea.

A dicembre scorso è stato pubblicata una tua raccolta in francese. Quando sarà presentata in Francia?

Sì, si tratta della mia raccolta poetica «Corpo presente / Trup i pranishëm», che in francese ha per titolo «Balkan Blues». Questo libro è stato pubblicato in tre lingue: albanese, francese e  italiano. La traduzione dall’albanese in francese è di Alexandre Zotos. Il libro viene corredato di una nota redazionale di Alessia Magliacane, di un’ampia introduzione di Alexandre Zotos e di una nota finale di Nils Anderson. Edito dall’editore italo-francese “Classi Edizioni”, collana Purloined Letter. Ci saranno delle presentazioni a Firenze, a Parigi, e inaltre città della Francia.

Questa pubblicazione viene quasi un anno dopo l’uscita di un tuo altro libro in inglese, presentato lo scorso febbraio in Inghilterra. È così?

È proprio così. Nel gennaio del 2016 è stata pubblicata in Inghilterra un’altra mia raccolta poetica, «Stigmate/ Vragë». La pubblicazione in inglese di «Stigmata / Stigmate» è in bilingue: in italiano e inglese. Traduzione di Cristina Viti, edito dall’editore Shearsman di Bristol. La presentazione, organizzata dall’editore, si è svolta a febbraio alla Swedenborg Hall di Londra.

Come è stata accolta la sua poesia in Inghilterra?

La pubblicazione del mio libro «Stigmata» non è stata una casualità. Il lettore inglese è venuto in contatto con la mia poesia già nel 2013 tramite le riviste prestigiose: «Agenda Poetry», 2013; «Shearsman», 2013 e «The White Review», 2014.

Della presentazione a Londra hanno scritto alcuni media tra cui «News and Events European Literature Network», definendola come uno degli incontri più significativi culturali nella capitale britannica durante il mese di febbraio dell’anno scorso. Inoltre alcune riviste quali «London Grip Poetry Review» e «European Literature network» hanno pubblicato delle recensioni altrettanto positive.

Numerose sono state anche le riviste italiane e straniere che hanno pubblicato i testi e le tue interviste nel corso del 2016. Può citarne alcune?

Sì, potrei citare: «Modern Poetry in Translation»; «Fortnightly Review » e la rivista scozzese «MOSAICI». Oltre alle riviste inglesi, i mie testi sono stati pubblicati anche su alcune riviste americane: «Rhino poetry», «Smartish Pace» e «Words Without Borders» e sulle riviste italiane: «L’Ombra delle Parole», «Patria Letteratura», «L’indice dei Libri del Mese» e «Il Manifesto», «Gazeta Panorama».

In che anno inizia la pubblicazione delle tue poesie negli Stati Uniti?

L’interesse sulla mia opera negli Stati Uniti inizia alla fine degli anni ’90. Sono numerose le università e gli accademici americani che studiano la mia opera. Le mie interviste insieme ai miei testi sono stati pubblicati su: «Herald International Tribune» 2000; «The Poetry of Migrant Writers in Italy» 2011; «www.Warscapes.com», 2013; «America Oggi / “Oggi7», 2014; «A Public Space», 2015; «Lunch Ticket», 2015;  «Antioch University Los Angeles», 2015; «Notre Dame Review» (University of Notre Dame), 2015; «Structo Magazine», 2015.

Quando usciranno i tuoi libri negli Stati Uniti?

Spero presto. Le mie opere già tradotte e che attendono la pubblicazione sono: «Corpo presente / Trup i pranishem», traduzione di Charif Shanahan; «Poesie scelte / Poezi të zgjedhura 1990 – 2007» e «Ombra di cane / Hije qeni», traduzione di Sara Stickney; «Poesie scelte /Poezi të zgjedhura 1990 – 2007», traduzione di Viktor Berberi; «Poema dell’esilio / Poema e mergimit», traduzione di Anita Pinzi; «Maldiluna / «Dhimbjehene», traduzione di Patrick Barron.

Fino a oggi sono uscite in Italia tre monografie sulla sua opera. È in arrivo una nuova monografia?

Tra le monografie sulla mia opera c’è: «Poesia dellesilio. Saggi su Gëzim Hajdari» (Cosmo Iannone Editore, 2010) a cura di Andrea Gazzoni. Questo volume comprende 14 saggi scritti da dodici studiosi e accademici di vari università del mondo. E poi: «In balia delle dimore ignote. La poesia di Gëzim Hajdari» (Besa, 2015), a cura di Sara Di Gianvito e «La Besa ViolataEresia e vivificazione nell’opera di Gezim Hajdari» (Ensemble, 2014), a cura di Alessandra Mattei. Presto uscirà anche una nuova monografia, scritta da Mattia Savia Matilde Sciarrino, che sta facendo il dottorato sulla mia opera presso l’UdS Universität des Saarlandes, Saarbrücken, in Germania.

In che cosa consiste la promozione della tua opera in Italia e all’estero?

La promozione della mia opera in Italia e all’estero consiste in queste cose: fino a oggi sono state discusse dieci tesi universitarie sulla mia opera presso le prestigiosi università statali italiane e straniere. Inoltre sono ventidue le università italiane e straniere e otto Istituti Italiani di Cultura all’estero che mi hanno invitato per conferenze, lezioni e a presentare la mia opera. Solo negli USA sono numerosi i docenti universitari che hanno scritto sulla mia opera.

Contrariamente ai poeti contemporanei, tu sei un poeta innamorato dell’epica e della lirica popolare. Anzi, la critica contemporanea ti definisce “l’ultimo poeta epico oggi in Europa”. Come nasce il tuo interesse per l’epica?

L’epica fa parte della mia tradizione familiare. Sono cresciuto con i canti e i racconti epici delle Alpi del Nord d‘Albania da dove provenivano i miei avi. Per un poeta o scrittore sono fondamentali le prime letture della sua vita. Io non scrivo per essere creduto ma per mantenere viva la memoria nel tempo, per raccontare alle future generazioni, come avveniva nella Grecia micenea. Ovviamente questa straordinaria tradizione epica e lirica albanese presente nella mia poesia si fonde poi con le grandi correnti letterarie del ‘900 europeo.

Qual’è la virtù più importante per un vero poeta nei tempi di oggi, secondo te?

L’onestà intellettuale di fronte alla pagina bianca, il che significa dire la verità e non mentire se stesso e il lettore; non accettare compromessi; non scambiare favori; non servire al potere. Anzi il poeta dovrebbero essere sensibile e impegnato nei confronti della realtà sociale denunciando con nome e cognome le ingiustizie, la corruzione, le guerre sporche dell’Occidente e i crimini contro l’umanità difendendo i diritti umani. L’onestà intellettuale per un poeta di oggi significa vivere al di fuori delle gerarchie culturali ufficiali in quanto persona non desiderata dal potere. Quindi l’onestà intellettuale è roba rara nel terzo millennio.

In un tuo scritto, pubblicato sulla rivista «L’Ombra delle Parole», 1 giugno 2016, hai scritto che la stampa italiana e quella mondiale ha più volte richiamato il caso dell’Albania come la nuova Colombia d’Europa per quanto riguarda il suo ruolo cruciale per la produzione e il commercio della droga. Inoltre il paese, ogni giorno, è all’epicentro di scandali politici, corruzione e traffici illegali. La corruzione, gli omicidi, i traffici illegali, gli intrecci tra mafia e governanti sono stati e continuano a essere all’ordine del giorno sin dal 1992. Per non parlare dei crimini commessi durante il regime comunista di Enver Hoxha che, dopo ventisette anni, ancora non hanno un responsabile morale e una condanna ufficiale da parte del parlamento albanese. Comunque l’Albania continua a rimanere il più grande mistero nei Balcani e in Europa. Sei d’accordo?

Innanzitutto «Dire la verità nel tempo dell’inganno universale è un atto rivoluzionario», ci insegna George Orwell in «La fattoria degli animali». Infatti l’Albania negli ultimi cent’anni sta vivendo il tempo dell’inganno collettivo. E nessuno ha detto la verità su quello che è accaduto al mio Paese in questo arco di tempo. E per farlo dobbiamo partire da lontano: proprio dal matrimonio dello pseudo re criminale Ahmet Zogu con l’ungherese Geraldina Apony. Quest’ultima aveva legami di sangue con l’ex-presidente americano Richard Nixon e con l’-ex segretario di Sato Americano John Kerry. È stato proprio questo re fantoccio, ladro, rozzo, traficante e sanguinario che ha svenduto l’Albania ai “Poteri oscuri” dall’oltreoceano negli anni ’20. Anzi Ahmet Zogu doveva essere condannato per altro tradimento nei confronti della patria e per aver rubato le casse dello Stato nel ‘39.

I tre punti oscuri su cui gli storici dovrebbe far luce, d’ora in poi, per capire il dramma e la tragedia del popolo albanese prima e durante il comunismo, sono: il matrimonio di Ahmet Zogu con Geraldina Apony, la fondazione della scuola americana «Harry Fultz» (covo del reclutamento dei  servizi di intelligenze a Tirana) e la figura misteriosa di Mehmet Shehu, ex-premier del regime comunista di Enver Hoxha, nonché il super agente di questi servizi e della CIA. Ciò che è stato scritto fino ad oggi sulla Storia Albanese sono solo fandonie. Dal 1922 fino a oggi l’Albania, negli ultimi decenni anche il Kosovo, sono feudi dei “Poteri oscuri” dall’oltreoceano che continuano a fare con la mia nazione affari più sporchi. Questi “Poteri oscuri” sono responsabili della sconfitta del governo di F. S. Noli nel 1924, dell’uccisione dei padri fondatori della nazione, tra cui Luigj Gurakuqi e Hasan Prishtina, del ritorno del re fantoccio Zogu a Tirana, dell’avvento del comunismo in Albania, dei crimini di stato durante il regime di Enver Hoxha, della presa del potere nell’Albania postcomunista da parte degli ex-funzionari di Enver Hoxha e del caos totale che regna oggi nel Paese delle aquile negli ultimi ventisei anni.

Allora non c’è una speranza per il futuro dell’Albania?

C’è stata una speranza all’inizio degli anni ’90, ma gli ex-perseguitati politici invece di fondare un loro partito politico, preferirono di scendere a patti con i loro boia, cioè gli ex-comunisti di Enver Hoxha in collaborazione con i ‘Poteri oscuri’ dall’oltreoceano. È stata una delle più grandi disgrazie per gli albanesi. E pensare che in Albania si contavano più di 300 mila famiglie perseguitate, che si sono venduti agli ex-comunisti e ai “Poteri oscuri” per una borsa di studio per i loro figli, per un visto in USA, per un posto di lavoro, per un incarico al governo oppure all’università, e altre cose ancora, diventandosi così complici della corruzione, delle ruberie e degli affari loschi con la mafia della droga. Se vediamo con attenzione scopriamo che tutti i ministri, i governanti, gli ambasciatori, i capi dei partiti politici albanesi dell’Albania postcomunista passano per gli uffici e le università dei ‘Poteri oscuri’ dall’oltreoceano, i quali hanno usurpato ogni cellula della vita politica, economica, culturale e spirituale del mio paese. Purtroppo finché la nazione shqiptar non riuscirà a liberarsi una volta per sempre dalla malvagità diabolica di questi “Poteri oscuri” e i loro politici mercenari e corrotti di Tirana, non ci sarà speranza.

E i tuoi colleghi poeti e scrittori hanno alzato la voce di fronte a tutto questo?

Nell’arco di ventisei anni nessun politico, intellettuale, giornalista, partito o un’associazione albanese ha mai denunciato tutto questo lato oscuro della storia albanese. Nessuno. Come potrebbero denunciare tutto questo i miei colleghi dell’establishment che sono stipendiati dal governo e dallo Stato? I miei colleghi di Tirana ricevono favori, premi letterari in denaro, case, terreni, gloria e fanno carriera negli uffici ministeriali e nelle cattedre di università statali. I miei colleghi, anche quelli ‘perseguitati’ durante il comunismo, hanno avuto incarichi pubblici dal governo come addetti culturali, ambasciatori, parlamentari, alti funzionari e ministri!

Alzare la voce potrebbe costare caro ad un poeta come me. I veri poeti e scrittori controcorrente di tutti i tempi sono stati sempre perseguitati dal potere corrotto e fanatico.

Durante il 2016 sono stati pubblicati anche dei saggi sulla sua poesia. Può citarne alcuni?

Sì. I saggi scritti sulla mia poesia sono: «La lingua errante della poesia : «Abitare il silenzio. Il paesaggio e la memoria in Gëzim Hajdari» (Études romanes de Brno.2016,vol. 37, iss. 2, pp. 95-106, Masaryk University de Brno), Gëzim Haidarj e il corpo solo» di Annalisa Comes, tenuto in un convegno Università degli Studi di Macerata);  «Paesaggio naturale e letterario di un poeta migrante: il caso Hajdari» di Ugo Fracassa, tenuto in un convegno all’Università di Perugia); «Eternal returns & departures: Transalting Gezim Hajdari» di Patrick Barron, pubblicato su Word without Borders, September 2016; Alessandra Mattei (Università di Roma La Sapienza): «Gezim Hajdari. Ultime frontiere letterarie», tenuto in un convegno Università degli Studi Statale di Milano e «La letteratura della migrazione come una forma di creolizzazione, il caso G. Hajdari», di Lili Sula tenuto in un convegno all’Università di Prishtina (Kosovo).

L’anno scorso hai ricevuto due premi molto importanti al livello internazionale.

Sì, l’anno scorso ho ricevuto due premi, il Guido Gozzano (Terzo) e Sulle orme di Léopold Sédar Senghor (Milano), per la raccolta poetica bilingue: «Delta del tuo fiume /Grykë e lumit tënd», edito da Ensemble, 2015.

Traduci e promuovi da anni la poesia albanese in Italia. Quali autori albanesi hai tradotto per il 2017?

Quest’anno dovrebbero uscire alcune mie traduzioni in bilingue: Poesie scelte / Poezi të zgjedhuradi Jozef Radi (Besa Editrice); I canti popolari albanesi della migrazione dell’800: “I canti del kurbet/ Këngët e kurbetit”, (Besa Editrice); La tua robinja / Robnesha jote della poetessa albanese di Prishtina (Kosovo) Donika Dabishevci e l’antologia “10 poetesse albanesi / 10 poetesha shqiptare”.

Sei anche il direttore della collana poetica Erranze (Ensemble). Ci puoi dire quali autori avete scelto per il 2017?

Tra il 2017 – 2018 la collana Erranze di Ensemble prevede di pubblicare una rosa particolare di poeti che usciranno per la prima volta in italiano. Quest’anno pubblicheremo due libri di autori di lingua inglese che sono: «Da eternità a stagione» di Wilson Harris, traduzione di Andrea Gazzoni e «Se questo fosse vero» di Gerda Stevenson, traduzione di Laura Maniero. Per gli altri nomi ne parleremo più in là.

Sei stato inviato a presentare la sua opera ovunque per il mondo ma mai in Albania. Perché?

È vero, durante la mia vita non sono stato mai invitato in Albania a presentare la mia opera. Il motivo? Proprio perché il valore della mia opera e la mia onestà  intellettuale fanno paura alle gerarchie letterarie di Tirana, oltre al fatto di avere osato alzare la voce contro i crimini del regime comunisti di ieri e le ruberie, gli abusi, la corruzione economica e culturale e gli intrecci tra mafia e politica dei regimi postcomunisti facendo nome e cognome. È per questo che io e la mia opera siamo stati condannati al silenzio dall’establishment della politica e culturale di Tirana. Meglio così.

Si ringrazia Iris Hajdari per la realizzazione dell’intervista.