Dentro una liquida realtà: «Liquefatto» di Hilary Tiscione

Dentro una liquida realtà: «Liquefatto» di Hilary Tiscione

Recensione di «Liquefatto» di Hilary Tiscione (Alessandro Polidoro Editore 2021). Articolo di Anna Fusari.

È un viaggio senza andata e senza ritorno quello di Liquefatto (Alessandro Polidoro Editore 2021). È un luogo in cui si ha l’impressione di muoversi tanto, di andare lontano, ma poi, in realtà, si resta fermi.

Dopo Se Rose gli facesse spazio, Jack si salverebbe (Bietti Edizioni, 2021), Hilary Tiscione sperimenta un genere tutto nuovo e tutto suo. Liquefatto è un romanzo introspettivo sì, ma che non scava nel profondo. La profondità cerca invece di evitarla, di liquefarsi piuttosto che scontrarsi con la durezza della realtà.

“Non volevo arrivare da nessuna parte” ammette l’autrice quando cerca di spiegare che non necessariamente un romanzo deve insegnarci qualcosa, che se Emma Bovary viene uccisa dalla sua stessa voglia di vivere e di infrangere uno schema, non è più tempo, ora, in questa epoca, di sentirsi in colpa per desiderare di essere qualcos’altro. Viene da chiederselo quando si inizia Liquefatto, se stiamo leggendo un altro romanzo con un’eroina ottocentesca che si ribellerà alla società. Perché sembra proprio di essere lì, quando leggiamo la prima pagina, nella stessa cucina in cui la Madame di Flaubert osserva la stanza, la tovaglia, le macchie sul muro e esprime il suo disgusto per il modo in cui mastica suo marito. Sembra di ritrovare tutto quel disprezzo per un’esistenza già segnata, perché con parole e in luoghi diversi, Maddalena, la protagonista di Liquefatto, sembra proprio voglia imbarcarsi per una disperata missione bovarista:

“Ha sempre masticato così? Dovrei dirglielo, penso, che la mandibola lo sta tradendo. Mi prende il senso di colpa, come quella sera, quando mangiava la minestra. Era calda sì, ma non al punto da doverla aspirare con forti aliti d’aria per non fondere la carne del palato e quella delle guance. Se ne stava seduto sulla sedia, un filo ingobbito con le borse sotto gli occhi a dirmi che la brodaglia era buona. Penso a mia nonna, nell’ultimo periodo della sua vita quando aveva smesso di portare la dentiera e succhiava il cibo liquido. Poverina. Valuto di chiedergli perché lo fai?”

Tiscione

Le cose, però, prenderanno una piega diversa. Del resto, non siamo più nel 1856, e non è più un delitto non amare il (presunto) padre della nostra prole.

Quello che leggiamo nelle pagine del romanzo di Hilary Tiscione è il racconto di un viaggio, quello di Maddalena, che però non ha nulla di salvifico, nulla che ci possa far dire, alla fine, che qualcosa è successo, che una vita è cambiata. Ma allora perché leggerlo? Perché anche quando non succede niente, il movimento della scrittura riesce a produrre qualcosa: uno strappo, una ferita, un impatto violento che non ci fa staccare mai dalle pagine.

La storia è questa: Maddalena tradisce il suo fidanzato. Lo fa ripetutamente e non le dispiace davvero. Poi però scopre di essere incinta e quasi contemporaneamente riceve in regalo dal suo fidanzato tradito due biglietti per un viaggio oltreoceano, a Los Angeles. Che cosa farebbe una quasi mamma di un figlio che non si sa neanche davvero di chi sia? Non lo sappiamo e non lo sa neanche Maddalena, che nel dubbio decide di salirci lo stesso su quell’aereo e tutto quello che succederà dopo è improvvisazione, follia, il culmine estremo della dissolutezza, senza rimorsi e senza rimpianti.

Tutto accade, si interrompe e rotola su se stesso mentre una voce accarezza ogni scena, la ricopre di immagini forti che accostate le une alle altre diventano esplosioni di colori e sensazioni:

“Io dico che le adoro, le palme, perché mi fanno sentire come quando hai fame e stai per mangiare; come quando sali su un aereo, come quando tocchi il lino per la prima volta e sai che non lo confonderai mai più con il cotone. Ma, le palme, sono anche come il caffè quando un poco si raffredda e lo puoi bere”

Va avanti così questo viaggio, attraverso suggestioni, impatti, giramenti di testa. I contorni di ogni cosa si liquefano, il tempo stesso si dilata. Ci sono appartamenti dipinti di un bianco che indispone, il cielo azzurro polvere di Santa Monica che odora di vento caldo, quaderni nuovi e gessi spaccati a metà. Ci sono le luci artificiali e il tintinnio delle slot machine nei casinò, ma anche la quiete spaventosa e arida del deserto. Ci sono strade percorse in macchina che sembrano non arrivare mai all’ospedale più vicino e una città, Las Vegas, che è come uno di quei bauli antichi che dentro non hanno niente, che “sono solo belli da guardare” e che “se restano chiusi tengono il mistero di una terra senza uomini”.

Hilary Tiscione non ha paura di farsi male, di farci male. La sua scrittura è audace e a tratti urticante, tagliente, ma in un modo a cui sadicamente non riusciamo a dire basta: “Penso al mio dentista quando impugna la siringa dell’anestesia come fosse una rivoltella e spara una serie di fiotti amari fra un dente e l’altro e poi non sento più niente. Dopo armeggia nella mia bocca coordinando una serie di ceppi metallici, freddi ramoscelli appuntiti che levigano e strepitano contro il dente malato, proprio dove farebbe male se non fosse per le pistolate di anestetico e quasi dormo con il ronzio vibrante del trivello”.

Liquefatto è uno di quei romanzi che, dopo averli letti, restano in testa ancora qualche giorno. Di quelli che lasciano una specie di stordimento, come una contusione o una medicina a lento rilascio. Le immagini, i suoni e le sensazioni sono così potenti che si ha voglia di ripercorrerli con la mente, di andare a ripescarli, a stuzzicarli come si fa con il dito su una ferita non ancora rimarginatasi. Qualunque cosa si pensi leggendolo, non si potrà non sentirne gli effetti.