«4321» di Paul Auster

«4321» di Paul Auster

Recensione di «4321» (Einaudi) di Paul Auster.

Un certo tipo di poetica, conosciuta come minimalista, vorrebbe incentrare la validità dell’arte nel paradigma fondamentale “Less is more”(meno è più, meno vale di più). Ciò non sembra però aver convinto lo scrittore americano di origini ebraiche Paul Auster, che nel suo “4321” ha sfidato il lettore ad avventurarsi in oltre 900 pagine di romanzo-summa. Eppure la preziosità di una testimonianza del genere è per me fuori discussione. In linea con un movimento di dilazione narrativa che parte certamente dai grandi poemi epici, ricchi di elenchi e genealogie che non tutti si prendono la briga di leggere; sino all'”Uomo senza qualità di Musil”, al “Faust” di Goethe, alla “Recherché” di Proust e perché no, anche-seppur con qualche differenza di genere-ai Quaderni di “Valery” e ai “Diari” di Gide. Auster aveva già dato prova di saper intrigare il lettore tramite la virtuosa combinazione di introspezione e tecnica narrativa con “Notizie dall’Interno” e “Diario d’Inverno”. Qui però si riassume, in ben otto anni di produzione, tutta una vita di esperienze e impressioni, di delusioni cocenti e speranze che giungono finalmente in porto, di snodi cruciali e momenti di totale ebetudine di fronte alla mutevolezza ingannevole della realtà. Chi fosse avvezzo alla dialettica filosofica, potrebbe certo ravvisarvi il problema di Maya, o l’Idea che si incarna, o ancora il celebre monito di Nietzsche: “Non vi sono fatti, solo interpretazioni”. Qui invece, in 4321, vi sono fatti, eccome; ma le interpretazioni, come spesso accade nell’esistenza dell’individuo, si sovrappongono ai medesimi creandone di nuovi, anche solo nella vita psichica di chi tenta di decostruirli. Archibald Ferguson, Archie, pone  attenzione a tutto questo; la sua storia sembra sospesa tra la durezza di alcune scoperte interiori e le piccole gioie in cui egli riesce ad incorrere. In maniera complementare, i traumi, i lutti e gli eventi disastrosi si ritrovano , in un saggio di maestria e coerenza interna, anche nelle variazioni della forma; laddove il dolore emerge anche la percezione del più lucido degli uomini si fa da unita, frammentata e fortemente ricca di suggestioni. Nonostante il turbinare degli eventi, o per usare un termine caro all’autore, le spirali del caso , alcuni eventi fondanti-primo tra tutti l’incontro con Amy-si pongono al centro dell’esistenza dell’individuo-tipo Ferguson. In esso possiamo vedere, più che la particolare scelta, come vi siano degli snodi nella vita di ognuno di noi che creano una variazione importante e significativa del nostro procedere nel mondo. Per dirla con un adagio americano, “Life happens when you’re making plans”.[1]

Quello che mi ha incupito in parte, mettendomi a confronto con alcune annose questioni è stato al solito un particolare. La dedica che Auster ha fatto: alla sua seconda moglie Siri Hustvedt. Certo, partendo dal presupposto che la loro unione è oramai più che trentennale, sembra qualcosa di doveroso. Prendendo però in considerazione il tema, cioè il compendio di un’ intera esistenza attraverso più modalità di esperienza, le cose si complicano. Se poi si aggiunge che in questo romanzo si rivelano alcune solitudini di Ferguson(?), il risultato è un vero e proprio atto di fiducia incondizionata nell’Altro, un atto di Amore. Ripeto senza indugio: consegnare all’altro le chiavi della propria solitudine, atto audace e complesso, tenero ed esasperante al contempo. Quello intorno a cui molte delle esistenze di questo pianeta continuano audacemente a interrogarsi e dubitare,   presi da entusiastici afflati e orribili disforie. Ed è quantomeno curioso, d’altronde, che uno dei romanzi della coniuge Hustvedt, “Elegia per un americano”,[2] parli proprio di uno psicoanalista e dei suoi rapporti, segnati continuamenti da atti di fiducia e “consegna di chiavi”…

Si può però regalare la testimonianza della propria vita al prossimo? Forse; innegabilmente la si può regalare all’Universo. Una propria visione incontrovertibile, elaborata tramite la ricchezza dei contenuti e l’oblio che nasce dall’acuto dolore che a volte si prova. Una qualche forma di fede promana da Ferguson, anche se non è una fede convenzionale; bensì quella di uno scienziato che investiga diligentemente e voracemente la propria anima e la propria corporeità. Altre tematiche sono interessanti, come i doppi, e i momenti “iniziatici”; ma questo è frutto di una mia riflessione che non collima con la visione dell’autore e perciò preferisco non svilupparla in questa sede. Ad ogni modo, la forza evocativa di Auster in questa opera assurge,non credo per un “caso”,ad un vecchio film in pellicola che reca una serie di questioni per lo spettatore. Insomma, un’altra citazione per il lettore-cinefilo-per chi ricordi “Il libro delle Illusioni”- ma che in fondo agogna proprio per la medesima. Ecco forse un lampo di assoluta chiarezza: aprire 4321 per scoprire a che punto siamo, con la nostra vita.

Parlando di film e di consuntivi, c’è una scena particolarmente divertente che mi viene sempre in mente. É quella di “Aprile”, film di Nanni Moretti, in cui il protagonista si misura, tramite un metro da sarto, la vita che gli resta. Senza nulla togliergli, non è certo questo tipo di stima che va cercando il lettore di 4321. Le misurazioni sono acute, al millimetro, lo stetoscopio è puntato sull’Anima e gli occhi sono rivolti nel frattempo alla realtà esterna, che finisce per riconquistare, anche nella persona più introversa, un punto di tutto rilievo. Nel caso di questa opera magna,le manifestazioni della realtà esterna sono quelle di un’America a volte da sogno, a volte violenta, spietata, piena di macchinazioni atte a stravolgere in ignari ricettori il senso della realtà. Come si esce dunque, da questa giostra? Seguendo il filo, come Teseo nel labirinto, e giungendo passo dopo passo alla scoperta di sé stessi. Un viaggio le cui stereotipate promesse sono spesso totalmente diverse rispetto alla variegate verità che porta a galla. Sembra, volendo desumerne qualcosa necessariamente, che 4321 di Paul Auster dimostri come l’intrecciarsi degli eventi produca un ricchissimo tessuto, che visto dalla sufficiente distanza rivela un pattern di incontestabile ed originale fascino. Col risultato di lasciarci ora interdetti, ora strabiliati.

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[1]-Il motto è l’estratto di una citazione più lunga, attribuita a John Lennon: “Life happens while you’re busy  to make other plans” / “La vita accade mentre tu sei occupato a progettare altro[dal fatto contingente].

[2]- Siri Hustvedt-Elegia per un americano. Torino, Einaudi, 2009.